considerazioni generali

Il poeta di origine senegalese sta facendo un percorso di maturazione poetica interessante.  Sperimenta sia il genere della prosa che quello della poesia cercando di individuare quello che meglio si confà al messaggio che vuole comunicare.  In prosa ha scritto tre romanzi Il giuramento,  Mery  la principessa albina e Prendi quello che vuoi, ma lasciami la mia pelle nera il  romanzo più recente in forma epistolare. I testi in prosa risentono del momento temporale in cui sono stati scritti e della esperienza del vissuto migratorio nel paese ospitante. E’ essenzialmente in questi scritti che Tidiane Gaye espone con compiutezza il suo pensiero e il suo legame con il movimento della negritudine, pensiero risalente a Senghor, di cui ha curato anche una attenta traduzione di poesie scelte.
Il nucleo di pensiero di Gaye si articola intorno al riscatto della negritudine, alla affermazione del ruolo che l’Africa ha e potrebbe avere nello sviluppo della civiltà non solo presso gli africani ma anche nella civiltà occidentale e planetaria in genere. Vi è però nel pensiero di Tidiane Gaye l’aspirazione a ricucire le lacerazioni che dalla fine del medioevo le potenze coloniali hanno inferto al mondo africano aprendo ferite i cui effetti sono ancora oggi visibili.
In Mary-principessa albina si ha una sorta di dialettica interna al mondo africano per capire quale debba essere la strategia migliore nei confronti del mondo occidentale e delle potenze che hanno nei tempi più remoti sottratto violentemente un numero enorme di uomini dal continente africano e nei tempi più recenti rapinato grandi quantità di ricchezze lasciando il mondo dell’Africa in situazione di povertà e incapace di risollevarsi nel breve tempo preso com’è da lotte intestine fomentate dallo stesso uomo bianco.
E d’altra parte nei romanzi si riconoscono  le arretratezze  che il mondo africano ha e gli aspetti più significativi che devono essere riformati. Così in Il giuramento la poligamia viene vista come una forma culturale che va superata perché il paese possa mettersi al passo degli altri sul piano della modernità delle istituzioni ma anche su quello economico. Ogni  aspetto che presenta una espressione culturale superata rischia di essere anche un freno per un ulteriore sviluppo economico.
Il terzo testo in prosa Prendi quello che vuoi, ma lasciami la mia pelle nera, un romanzo epistolare  intanto si allontana dal canone africano del narrare, ma poi, attraverso la forma epistolare, cerca di alleggerire la pesantezza che l’organizzazione di un pensiero necessariamente  comporta. L’attenzione, in questo caso, è rivolta al paese ospitante e al modo con cui questo tratta gli immigrati. Vi è quindi uno spostamento di prospettiva rispetto ai primi due romanzi. Sebbene tutti e tre siano stati concepiti e scritti in Italia si avverte uno scarto significativo dell’ultimo rispetto ai primi due sia sul piano della organizzazione formale, del canone di riferimento e del nucleo di pensiero esposto. Nei primi due, oltre al riferimento ad un canone letterario tipicamente africano,  è presente ancora una sorta di fiducia nel mondo occidentale e sembra coniugarsi con una ingenuità ancora presente per la giovane esperienza migratoria; nell’ultimo la fiducia, l’ingenuità scompare ed emerge la consapevolezza che l’aspetto coloniale viene perpetrato anche nello spazio europeo proprio nei confronti degli immigrati. Si constata che il paese ospitante spesso esprime forme di razzismo che non si sarebbe mai atteso.

Per quanto attiene alla poesia, produzione a cui Gaye tiene particolarmente, a me pare che al di là degli aspetti concernenti l’impegno sociale, di cui si parlerà più avanti, sia fondamentale la ricerca e la esaltazione della parola, sola capace di inverarsi nei versi e attraverso metafore di avvicinarsi con maggiore autenticità alla verità.
In tutte le silloge pubblicate, ma anche quella non ancora edita, la cifra più evidente e significativa presente è riferita alla forza della parola e alla sua capacità evocativa, ma non solo. Già nella  raccolta Il canto del Djali, Cheikh Tidiane Gaye si propone come nuovo e più significativo griot perché accanto al canto della tradizione e storia dell’Africa, egli come poeta vuole celebrare la grandezza della sua Africa, vuol consegnare suggerimenti perché il suo continente amato possa riprendere il cammino di grandezza interrotto da  secoli di  dominio coloniale. Come ogni griot il poeta non può che far ricorso alla parola, perché essa è sacra ed è uno degli aspetti più  originali della cultura africana che va rinfocolata proprio attraverso la poesia, anche per scacciare il pericolo che la modernizzazione delle società africane possa condurre alla perdita ed estinzione della trasmissione orale. La poesia può diventare un valido sostituto della  funzione del griot se saprà porre come valore essenziale la celebrazione dell’Africa, l’analisi e trattazione degli aspetti  più significativi della realtà civile e sociale e non si ripiegherà su se stessa e su una visitazione dei soli aspetti dell’io.
L’attenzione data quindi al significato della poesia, alla ricerca della parola e metafora più incisiva è visibile e percepibili ad ogni passo o verso.
La parola assume l’aspetto di una religione, tale e la dedizione e la venerazione che ne ha Cheikh Tidiane Gaye.
Il poeta poi pone estrema attenzione alla realtà circostante invitando i lettori a riflettere su fatti come quelli di Rosarno, o come quelli  riguardanti il fatto migratorio in sé.
Si potrebbe dire che Cheikh tenda a porsi come il griot della migrazione riproponendo i valori della negritudine.
Sul piano della forma Cheikh Tidiane Gaye usa versi ora semplici, ora più complessi fino alla proesia, cioè ad una prosa che per la presenza di metafore e simboli può essere detta poesia.
Altro aspetto significativo è l’uso frequente della anafora o l’uso di richiami di suoni che danno ritmo e forza alla organizzazione formale della poesia.
Il poeta di origine senegalese mostra interessanti qualità letterarie proprio perché cerca di mantenere e coltivare il duplice riferimento di canone quello centro africano e quello occidentale, il primo per tenersi ancorato alle sue origini, il secondo per aprirsi ad una cultura che comunque lo affascina anche se la guarda con sospetto perché è sempre un veicolo di colonizzatori che non sembra abbiano dimenticato l’antico vizio di sfruttare gli altri popoli.