Il simbolo come terapia

Definizioni Il simbolo come terapia: scrittura e autobiografia
nella letteratura della migrazione italofona 

 Riflettendo sull’uso della scrittura e della pratica autobiografica nella letteratura della migrazione risulta che gran parte della produzione transculturale ne sia ancora fortemente caratterizzata nonostante sia una pratica sotto accusa da parte degli autori migranti[1] e vi siano numerosi studi critici che sanciscono un progressivo affrancamento della letteratura migrante dal genere autobiografico e memorialistico a favore di una maturazione e conquista di status di letteratura tout court.

Tale fenomeno è il riflesso del condizionamento editoriale e dell’attesa del pubblico, da una parte, e della necessità interna ed esistenziale dell’autore migrante di ricomporsi identità, di rinarrarsi e reinventare se stesso, dall’altra: ci si accorge così che a fianco delle nuove prove letterarie persiste il bisogno di rielaborare la propria esperienza di esilio o i propri traumi pre-migratori.

Vi è dunque da condurre una riflessione sulle valenze controverse dell’autobiografia e, più in generale, della scrittura all’interno della letteratura transculturale intese non solo come forme di azione nella società ma anche come rimedio riparativo al proprio disagio esistenziale. 

L’era contemporanea può essere definita come quella delle migrazioni sulla scorta dei grandi stravolgimenti epocali che hanno reso la migrazione la vera “epidemia” della contemporaneità.

Questi complessi fenomeni transmigratori fecondano l’immaginario letterario e trovano il loro riflesso nella nascita di una letteratura della migrazione che convenzionalmente risale alla fine degli anni Ottanta. Si tratta della letteratura scritta da migranti nella lingua del paese d’arrivo: una fioritura straordinaria, ma anche un folto sottobosco con punte di diamante ancora da valorizzare. Parte della critica come Fulvio Pezzarossa e Chiara Mengozzi alla definizione di letteratura della migrazione ha preferito quella di “scritture migranti”[2] per dar conto di una nebulosa di testi e pratiche “che prescindono da un’idea univoca di letteratura”.

Tra i generi e le tipologie testuali da sempre scelti da questi scrittori campeggiano il romanzo autobiografico, le memorie, il racconto-denuncia sociale, generi riconducibili all’autofinzione, anche se rispetto ai generi frequentati questa produzione si è andata lentamente affinando.

Secondo la maggior parte della critica il percorso di evoluzione della letteratura legate all’esperienza migratoria segue tre fasi: una prima fase di testimonianza e autobiografismo (il racconto delle origini, del viaggio e della difficoltosa integrazione nel paese d’arrivo, la nostalgia e il ritorno); una fase letteraria successiva, caratterizzata da forme narrative più autonome e da un uso dei registri stilistici più maturo; una terza fase multiculturale, fase in cui i testi nascono da ibridazioni di modelli letterari di lingua e storia diverse.

Proprio per queste sue aperture innovative, per la critica Mia Lecomte, nell’intervento Scrivere altrove, siamo di fronte alla punta più avanzata e avanguardistica della letteratura italiana, ancora poco consapevole di se stessa, modernissima voce incompresa e umiliata da visioni anguste e provinciali incapaci di coglierne la carica eversiva ed epocale.[3]

L’autobiografia: svincolarsi o rivalutare

In Strategie di affrancamento. Scrivere oltre la migrazione Ugo Fracassa sottolinea come “il romanzo in italiano di un esordiente allofono non è legato al vissuto dell’autore più di quanto non lo sia il debutto di un giovane narratore indigeno”[4] intendendo cosi evidenziare come l’attuale produzione migrante non sia più riconducibile a “documenti socio-antropologici della recente vicenda migratoria” e alle “forme stereotipate di una certa disadorna memorialistica”[5]:

[…] i più consapevoli tra gli scrittori abbandonano le forme della testimonianza, in versi e prosa, del viaggio e dell’integrazione, felice o meno, per dar mani ad opere che naturalmente confluiscono nel mainstream  della produzione autoctona. Non più la biografia romanzata, perciò, la tranche de vie più o meno dolorosa, i toni di denuncia da docu-fiction, quanto piuttosto le forme maggiormente in voga del reportage e del  noir metropolitano o del racconto per bambini, i modi dell’ironia e dell’umorismo, del grottesco della suspense.[6]

Sulle stesse posizioni si attesta anche Rosanna Morace nel volume Letteratura-mondo italiana[7] che ribadisce la necessità per la critica della migrazione di emanciparsi dai moduli contenutistico-testimoniali per individuare le caratteristiche stilistiche ibride postmoderne di queste opere degne di essere analizzate come  letteratura tout court.

Nonostante queste considerazioni le forme delle narrazioni di sé persistono anche nell’attuale fase della letteratura migrante: l’autobiografia si muove come un fiume carsico, rilevabile e rintracciabile in varie gradazioni in tutta la produzione transculturale più avanzata. Anche quando gli autori tematizzino altro si insinua tra le maglie del tessuto narrativo il disagio dell’alterità, il sapore dell’amarezza e dello smarrimento, il marchio indelebile della morte metaforica che il migrante porta dentro. Una cifra stilistica, un retrogusto che le conferisce un’ “indiscutibile aria di famiglia”[8].  Non si tratta necessariamente di scritture connotate esclusivamente in senso referenziale in quanto esse dissolvono il patto autobiografico tra scrittore, lettore e attore, ma si tratta piuttosto, come sottolineato da Duccio Demetrio[9], di un gioco di specchi in cui la figura di chi scrive si rifrange anche sulle vite altrui, in cui i confini della personalità si dissolvono inscenando un’infedeltà alla trama della propria esistenza, spersonalizzazioni e gemmazioni continue. Se si considera il forte valore che il riscatto ha per il migrante si rileva la tensione autobiografica anche nelle “autobiografie non vissute”, trame che inscenano l’auspicio della realizzazione dei propri desideri.[10] Vi sono poi anche le trame che propongono l’esemplarità della vita del migrante come figura ideale, integrata: trame che ideologicamente volgono verso una rimoralizzazine della società.

Siamo di fronte ad una scrittura ancora sporca di esperienza, di vita, come una voce non depurata. Se in una prima fase le scritture autobiografiche erano espressione dell’urgenza traumatica del vissuto, nel presente si nota un’incapacità di dedicarsi ad altre trame del reale: una mancanza di disponibilità psichica per il mondo della narrativa di finzione scollata dalla vita. Un’impasse che non è incapacità letteraria, dati gli ormai alti esiti raggiunti, ma aspettativa di un senso che non arriva. Lo scrittore migrante per riprendere le parole di Tiziano Scarpa in Batticuore fuorilegge (che così definisce l’esibizionista):

Rivendica la necessità di non essere pura espressione, puro volto, ma di essere condizione, parzialità insuperabile, corpo di parte, corpo fazioso, corpo sessuato. Esprimere la propria condizione. Attestare l’indisponibilità a dissolversi in puro messaggio. Esibirsi, senza mai riuscire a traslocare completamente, perfettamente in un personaggio.[11]

Si potrebbe dire su questa falsariga che la letteratura della migrazione si inserisce in quel filone della letteratura contemporanea che rimane afona al di fuori del proprio dramma, incapace di dare senso alla realtà se non attraverso il ricorso al trauma. Daniele Giglioli in Senza trauma. La scrittura dell’estremo e narrativa del nuovo millennio[12] evidenzia come la narrativa contemporanea abusi del trauma come unico mezzo, linguaggio per avere presa sul mondo: in un contesto in cui si è rimossa la possibilità del dolore ai margini della società, in un’epoca dell’assenza del trauma, più che mai si esibisce l’eccesso, l’estremo come unica via per ottenere la dignità di rappresentazione. Questo perché la società si fida solo delle garanzie della referenzialità, l’handicap moderno, il centro traumatico della contemporaneità  essendo la necessità di esserci e il timore di non essere. L’autore definisce come il più grande meccanismo di produzione di identità della società contemporanea la vittimizzazione: si è identità, ci si pensa come soggetto solo in quanto vittima di qualcosa.

Per certi versi la letteratura della migrazione potrebbe ricadere nella casistica dell’estremo con il distinguo che essa porta le stimmate di un dramma e di un trauma autentico nell’epoca del trauma immaginario.

Tornando alla critica migrante, le motivazioni della persistenza dell’autoreferenzialità, come nota Chiara Mengozzi sono anche altre, strutturali, interne alla società, oltreché all’io:

L’enorme diffusione di rècit de vie, di scritture etero biografiche, di opere autobiografiche, autofinzionali e di romanzi […], dimostra la centralità che assume nelle scritture migranti il problema della narrazione di sé. L’ipertrofia autobiografica, che tuttavia non si esaurisce nel genere autobiografico strictu sensu, è sintomo di una tensione aperta tra la necessità sentita dai nuovi cittadini italiani di trovare un modo per rendere conto di sé, per costruire uno spazio di vita, una storia, un immaginario condivisi tra ‘noi’ e ‘loro’ e i dispositivi che regolano l’accesso alla visibilità e alla pubblicazione, i quali condannano l’immigrato al ruolo di testimone e confinano lo scrittore nella gabbia della vita vera.[13]

La critica nota come la narrazione di sé si configura come “un’ingiunzione rivolta agli ‘scrittori migranti’ […] e al tempo stesso un’urgenza”[14], un ambivalente necessità di raccontarsi e legittimarsi.

Si tratta dunque, per l’autrice, di un’opzione che oscilla “tra scelta e costrizione, tra emancipazione e violenza”, tra “soggettivazione” come capacità di acquisire voce nella società e “assoggettamento” come condizionamento dell’editoria e dell’orizzonte di attesa del pubblico che sollecita il migrante al racconto in prima persona, ma nello stesso tempo è incline a normalizzare, controllare e indirizzare la sua produzione.[15]

Altri critici come Pezzarossa vedono in questa emergenza personale e collettiva (autobiografia e memorialistica) un ritorno al fattuale, al reale, all’attenzione per il versante sociale e contemporaneo della letteratura (attenzione ai temi della contemporaneità e all’esperienza) che non può essere disgiunta dalla creazione transculturale, ma che nello stesso tempo, non esaurisce la sua portata rischiando peraltro di appiattire una produzione così eterogenea sul valore socio-antropologico.

Per concludere il paragrafo ricordiamo con Mengozzi una certa arbitrarietà nello stabilire

l’evoluzione delle scritture migranti grazie al graduale abbandono dell’autobiografia e dell’autobiografismo iniziali – ricostruzione di per sé sospetta in quanto schematica e teleologica e perché veicola indirettamente un pregiudizio nei riguardi del genere autobiografico e, più in genereale, dell’ampio e frastagliato territorio delle diverse forme di ‘scrittura di sè’ […].[16]

Se la letteratura della migrazione è giunta ai suoi risultati più brillanti, vi è giunta anche e soprattutto scandagliandosi, semmai aggirando i dictat del mercato attraverso soluzioni di bouleversement del genere. La direzione di ricerca dovrebbe essere dunque quella di rivalutare la finezza degli esiti e rivalutare il genere in quanto foriero di risvolti identitari.

Più che di affrancamento ciò che è avvenuto, concludendo con le parole di Franca Sinopoli, è il passaggio dalla parte figurale, alla simbolizzazione e metaforizzazione maggiore dell’io; il passaggio da una rappresentatività e figuratività soggettivamente marcate del discorso autobiografico alla poetica del sentire disappartenente e della transitorietà.[17]

La scrittura come riparazione

Abbiamo già scritto come il migrante mostri, attraverso una prolificità letteraria autobiografica e non, l’esigenza interna di rielaborare la propria esperienza di esilio o i propri traumi pre-migratori. Siamo forse di fronte ad un uso terapeutico della scrittura? Di certo l’atto dello scrivere ha il potere di guarire, lenire il trauma che è alla base del potere riparatore così come teorizzato dalla teoria psicanalitica dell’arte che, come esplicita Stefano Ferrari in Scrittura come riparazione,[18] ha i suoi padri fondatori in Freud, Jung, Hillman, Klein.

Anche la letteratura della migrazione oscilla all’interno della teoria psicanalitica dell’arte, ora intesa come modalità di appagamento del desiderio, ora come modalità di difesa, di elaborazione psichica dell’evento traumatico[19] e del lutto:

L’uomo quando non riesce a liquidare direttamente, mediante scarica emotiva, l’ammontare di affetto connesso al trauma, tende a esercitare su di esso, attraverso un lavoro di ripetizione collegato al ricordo, quello che Freud definisce una sorta di ‘controllo retrospettivo’ in grado di legare e neutralizzare via via gli affetti. [20]

Per lo scrittore migrante la prima via per scaricare il trauma è ciò che si è chiamato appagamento sostitutivo: egli cerca nella scrittura un surrogato che abbia valenza di azione, di affermazione e conquista di visibilità sociale e politica. Scrivere è un impossessarsi del mondo, un dominare l’esperienza prima passivamente subita. Scrivere non è dunque una scelta innocente, ma ha a che fare la volontà inconscia della patrimonializzazione/capitalizzazione del sapere, quasi una sorta di accumulo di ricchezza originario che stabilisca una tradizione propria, un atto fondativo insomma. Il gesto allora ha chiara portata politica, di empowerment, di presa di parola e di assunzione di potere, nonché di possibilità di stabilire il discorso pubblico dall’interno attraverso le contronarrazioni. Di fronte a percorsi biografici che esperiscono la deprivazione, l’indifferenza, l’esclusione e l’invisibilità sociale, scrivere ha ricadute in termini di legittimazione, acquisizione di dignità e di prestigio sociale. La letteratura in questi termini non è che un epifenomeno della dinamizzazione dei processi sociali.

Il gesto del migrante di prendere la parola direttamente esplicita il desiderio del migrant writer di sottrarsi alla violenza epistemologica dello sguardo dell’altro che lo definisce, per autodefinirsi e farsi portatore di un’ottica straniata ed eversiva.

La seconda via per la cura del trauma della dissociazione è quella di scrivere come atto di “ sutura” delle parti disgregate dell’io. Si scrive tanto nella migrazione, come ci ricorda Duccio Demetrio sulla rivista El-Ghibli,[21] perché la scrittura tesse silenziose trame di guarigione, essa penetra e districa pazientemente il groviglio emotivo, annoda e mette in comunicazione le parti dell’io scisso, ricompone il trauma. Essa serve per riordinare la propria vita, il proprio caos, come modalità di sopravvivenza e di assorbimento del veleno, come rielaborazione del senso di perdita e del lutto (distacco), come sopimento del proprio senso di colpa per aver ripudiato la patria e abbandonato i propri cari (Cfr. Cari figli vi scrivo di Lilia Bicec, Torino, Einaudi, 2013). Il progetto della scrittura è legato ad un progetto di risemantizzazione e risignificazione di sé, volto a trovare un passaggio tra il proprio passato e il proprio presente per superare le rotture interne di chi è sospeso tra due mondi. Scrivere, infine, permette al migrante di passeggiare tra le mille forme del proprio io autobiografico, nell’arcipelago identitario che ognuno di noi è, ma anche trovare una forma, un contenitore auto protettivo che è il simbolo.

Per concludere dunque il disagio affrontato nella migrazione comporta scissione e frantumazione identitaria, trauma e instabilità esistenziale. Lo scrittore migrante, provato nella personalità e nella psiche, incapace di restituirsi un’immagine integra di sé, sceglie, di ricostruirsi corpo poetico, ricrearsi nel potere del simbolo trovando una nuova sede identitaria nella scrittura. Se infatti l’esperienza migratoria sfalda e allenta le fibre esistenziali, scrivere aiuta a ri-narrare, ri-intrecciare la trama spezzata e dispersa perché siamo fatti di storie e le storie che ammalano possono diventare storie che curano[22].


[1] C. Mengozzi, Narrazioni contese. Vent’anni di scritture italiane della migrazione, Roma, Carocci, 2013, p.127.
[2] F. Pezzarossa, Altri modi di leggere il mondo in Leggere il testo e il mondo. Vent’anni di scritture della migrazione in Italia, Bologna, CLUEB, 2011, p. XII e C. Mengozzi, Narrazioni contese…,  Op. cit., p.81.
[3] M. Lecomte, La poesia dell’altrove, nuove voci e percorsi italiani: la Compagnia delle poete, in A. Frabetti, L. Toppan, Scrivere altrove. Letteratura e migrazione in Italia /Écrire ailleur. Littérature et migration en Italie, edizione speciale della rivista «Recherches. Culture et Histoire dans l’Espace Roman», n.10, Université de Strasbourg, printemps 2013, pp. 55-61.
[4] U. Fracassa, Strategie di affrancamento. Scrivere oltre la migrazione, in L. Quaquarelli (a cura di),  Certi confini. Sulla letteratura italiana dell’immigrazione, Milano, Morellini Editore, 2010, p. 182.
[5] Ivi, p. 184.
[6] Ivi, p. 181.
[7] R. Morace, Letteratura-mondo italiana, Pisa, Edizioni ETS, 2012, p. 32.
[8] C. Mengozzi, Narrazioni contese…,  Op. cit., p. 7.
[9] Cfr. D. Demetrio, Raccontarsi. L’autobiografia come cura di sé, Milano, Raffaelo Cortina Editore, 1995, p.55
[10] I. Ţurcanu La pipa, Mr. Ceb e l’Altra, Ciesse Edizioni, Padova, 2010: nel romanzo dell’autrice italo-rumena, tra le righe della problematizzazione amorosa, si torna metaforicamente su questioni identitarie, di rivalsa sociale e affermazione di sé.
[11] Cfr. T. Scarpa, Batticuore fuorilegge, Roma, Fanucci, 2009.
[12] D. Giglioli, Senza trauma. La scrittura dell’estremo e narrativa del nuovo millennio, Macerata, Quodlibet, 2011, pp. 7-29, 53-109.
[13] C. Mengozzi, Narrazioni contese…,  Op. cit., p. 129.
[14] Ivi, p. 8.
[15] Cfr. Ivi, p. 8-9.
[16] C. Mengozzi, Narrazioni contese…,  Op. cit., pp. 122-3.
[17] F. Sinopoli, “Studi (e testi) italiani” (Dipartimento di Italianistica e Spettacolo, Università di Roma “La Sapienza”), n.7, 2001,  pp. 204-5.
[18] S. Ferrari, Scrittura come riparazione. Saggio su letteratura e psicanalisi, Roma, Laterza, 2007, pp. 4, 26, 217.
[19] Ivi, p. 4.
[20] Ivi, p. 26.
[21] D. Demetrio, Le scritture della migrazione: una nuova letteratura, in “El-Ghibli”, X, 2013, n. 41 reperibile all’indirizzo http://www.el-ghibli.provincia.bologna.it/id_1-issue_10_41-section_6-index_pos_1.html.
[22] Prafrasando da N. Losi, Vite altrove. Migrazione e disagio psichico, Roma, Borla, 2010.