Intervista a Corriereimmigrazione

Intervista a Cheik Tidiane Gaye: con il suo ultimo romanzo, su migrazione e identità, ha fatto il salto di qualità.

Centoventi pagine che contengono un universo. Perché dentro ci sono la scrittura poetica e quella letteraria. C’è la fatica dell’emigrazione, il dolore della discriminazione, le mancate opportunità per le seconde generazioni. C’è la nostalgia per la terra d’origine e il ricordo delle sagge parole degli anziani. E c’è anche (e soprattutto) la ricostruzione dei rapporti tra Africa ed Europa, dalla schiavitù ai flussi migratori, passando dal colonialismo e dal neocolonialismo. InPrendi quello che vuoi, ma lasciami la mia pelle nera(Jaka Book, 10 euro), l’italosenegalese Cheikh Tidiane Gaye, scrittore e poeta, non tralascia niente. Il protagonista del libro è un quarantenne di origini senegalesi che, dall’Italia, scrive all’amico Silmakha, emigrato anche lui, ma in Canada, raccontandogli episodi, riflessioni, paure, speranze di un uomo che ha scelto di appartenere a due mondi.

«Oggi l’occidente ci chiede l’integrazione, e noi vogliamo le nostre usanze e il rispetto. Non confondiamo l’integrazione con l’inclusione», scrive lei. Qual è la differenza?
«In Europa c’è questa idea che “gli stranieri sono a casa nostra e quindi devono fare quello che diciamo noi”. Ma qui parliamo di identità: quello che io sono è dato dalla mia lingua, dal colore della mia pelle, dalle mie radici culturali. L’Occidente mi deve lasciare la mia identità culturale. Una volta che questa viene riconosciuta, possiamo cercare il rispetto reciproco: io rispetto le usanze italiane, gli italiani fanno altrettanto con le mie. È così che si crea l’interazione, il vivere civile. E si arriva alla società della multiculturalità. L’integrazione, invece, implica: “Quello che sei non mi interessa, le tue credenze non mi interessano: devi fare quello che voglio io”. Se ragioniamo in questi termini rischiamo di creare il cimitero delle identità. Quindi, piuttosto che di “integrazione” parlo più volentieri di “inclusione” e “interazione”».

Dice che Milano è una “città delle diseguaglianze”, con quartieri ghetto dove si diffonde la criminalità. Il problema della sicurezza, in certe aree, è innegabile: con quali politiche bisognerebbe affrontarla?
«Un giorno, sul bus 91 ho visto un marocchino che derubava un anziano. Non sapevo che facesse parte di una banda e sono intervenuto: non sono stato picchiato solo perché alcuni italiani sono venuti in mio soccorso. Racconto questo perché la sicurezza non è una questione che riguarda solo i politici, ma anche i cittadini. Non occorre mandare l’esercito in certi quartieri, come propone qualcuno. Per cominciare, gli italiani devono capire che gli immigrati sono a tutti gli effetti cittadini italiani. E poi lo Stato ci deve coinvolgere: in Francia, tra i poliziotti che si vedono per strada ci sono anche dei neri, così come a Londra. E questo è un passo avanti verso l’inclusione. Bisogna far lavorare i cittadini stranieri per lo Stato. Ciò detto, la questione della sicurezza legata agli immigrati viene spesso usata a fini politici: la si fa apparire come il problema principale, quando sappiamo, per esempio, che la maggiorparte degli stupri non avviene per strada ma tra le mura di casa e che l’insicurezza economica è legata anche dal numero di persone che rubano soldi allo stato».

Uno dei capitoli più toccanti del libro è quello in cui fa un potente J’accuse nei confronti delle responsabilità dell’Europa: che esista un disequilibrio è innegabile, ma come iniziare a sanarlo?
«Evitando l’ingerenza da parte dell’Occidente negli affari pubblici, economici e culturali dei Paesi in via di sviluppo. Dietro molte guerre che vengono combattute con motivazioni varie, sappiamo che ci sono interessi economici occidentali, legati soprattutto al petrolio. Basterebbe lasciare ai Paesi in via di sviluppo la libertà di governare e legiferare, e non ci sarebbero più problemi. L’Occidente lo sa o non lo fa. D’altra parte, l’Africa non fabbrica armi: evidentemente le compra da qualcuno che le vende per fomentare le guerre».

Scrive anche che «Le divisioni, le discriminazioni, sono opera dell’essere umano». La difficoltà nell’accettare l’altro è nel dna degli uomini?
«Sicuramente sono gli esseri umani a creare limiti e barriere: in Africa come in Medio Oriente o altrove. L’essere umano deve cominciare a cambiare, specie quando afferma di essere religioso e poi non si comporta coerentemente con ciò che la sua religione richiede. Ciò detto, per quanto riguarda l’Africa, noi eravamo sulla nostra terra e di certo combattevamo anche noi le nostre guerre interne, quando qualcuno è arrivato da fuori e ci ha imposto la sua lingua e le sue credenze. Perché? Il messaggio sottinteso era: “Tu non sei civilizzato, non hai cultura, la tua cultura non esiste, la mia è superiore alla tua. Devi imparare la mia lingua, le tue credenze non esistono, entra in chiesa a pregare”. Questa è la realtà innegabile che abbiamo vissuto in Africa».

Lei si sente vicino alla corrente letteraria della Negritudine di Aimé Césaire e Léopold Sédar Senghor: perché?
«Quando io cammino per strada, in Italia, anche se ho la cittadinanza in tasca, si vede dalla mia pelle che sono di origine straniera. Così quando scrivo, anche se lo faccio in italiano, difendo la mia identità culturale, che è diversa da quella di un italiano o un maghrebino. Io sono quello che sono, con la mia cultura. La Negritudine mi da due possibilità: arricchirmi della mia identità per difendermi in una società globalizzata e aprirmi ad altre culture per diventare cittadino universale. Io sono e morirò negro, non posso non tenerne conto, è qualcosa che fa parte di me in maniera profonda».

Nel libro fa riferimento alla diffidenza europea nei confronti dell’Islam. Non pensa che questa diffidenza sia reciproca e che gli estremismi abbiano contribuito a diffonderla?
«Gli estremismi hanno messo in ginocchio il mondo. Ma i musulmani moderati esistono, così come i cattolici moderati e gli ebrei moderati. Io penso che tutti i moderati progressisti debbano lavorare insieme per eliminare gli estremismi. Il Senegal è un Paese musulmano dove non si è mai pensato di imporre lasharia e si è sempre difesa la laicità dello Stato. Io credo che dobbiamo lottare per cancellare tutti gli estremismi: religiosi, ma anche culturali, politici ed economici».

Gabriella Grasso

Corriereimmigrazione  27 gennaio 2013