Io fuciliere

 Gorghi Diob aveva abbandonato il suo villaggio natale, N’Dioben, per andare a vivere a Dakar, principale città portuale dell’Impero francese d’Africa. Correva l’anno 1940. L’Allemagne di Hitler aveva invaso mezza Europa.

Gorghi, allora sedicenne, senza esitazione aveva dichiarato di essere più vecchio per potersi arruolare come volontario per la Francia, che aveva bisogno di soldati e non andava per il sottile.

Per cinque anni il fuciliere Diob Gorghi aveva guerreggiato contro la Germania e l’Italia nelle trincee nordafricane e europee.

Diop Gorghi, non era basso ma neppure alto. Un fisico asciutto. Era ritornato in Africa, purtroppo, mentalmente segnato dall’orrore della guerra. Era coperto di cicatrici profonde, di decorazioni, di gloria effimera, di venerazione per la Francia e soprattutto per il “Sénéral” De Gaulle, come lo chiamava lui, comandante della France Libre. Aveva conquistato più di dieci medaglie nei diversi campi d’onore e d’orrore: Médaille d’Engagé Volontaire 1939-1945. Trois fois blessé en 1940, 1942 1944. Mutilé de guerre. Croix de Guerre avec palme (1939). Médaille Combattive 1939-1945 (République Française). Méd… du Corps expéditionnaire Français d’Italie (39-45) …de Libération République Française… Coloniale Afrique du Nord avec 3 Barettes argent …de Mérite de la République Fédérale d’Allemagne … de Bronze du Mans (Dépt de la Sarthe) …Commémorative Rhin et Danube …1er Armée Française…

Dopo la guerra, Gorghi si era definitivamente stabilito a Dakar.

Era sempre vestito con eleganza: scarpe di pelle nera, giacca preferibilmente color kaki, cappello di feltro grigio, la cravatta nera e il ‘medagliere’ appeso al petto, anche quando la temperatura superava tranquillamente i 40 gradi.

Aveva sempre la pistola nella fondina sotto l’ascella e il coltello ben affilato in un altro fodero appeso alla cintura, sul fianco sinistro e bene in vista.

“Un vero uomo, un gor virile, deve sempre essere pronto ad attaccare, non si deve mai lasciare sorprendere da niente, anche in tempo di pace” ripeteva ai suoi figli. Era magro, non tanto basso, e neanche alto come i suoi figli. La sua andatura era sempre dritta.

“Come un vero militare francese” precisava. Amava la musica, ma soltanto quella di Louis Armstrong, Charles Trenet e Josephine Baker, che cantava la sua canzone preferita:

“… J’ai deux amours, mon pays et Paris, parle toujours, mon coeur est ravi…”

L’ex fuciliere non raccontava mai le crudeltà della guerra e non sopportava neppure che i bambini giocassero a fare i soldati. Si agitava e li faceva smettere subito.

Ma paradossalmente, quando si sposò, le mogli, e più tardi i figli, si dovettero adeguare alle ferree regole del “soldato domestico”. La sua casa era una caserma e mogli e bambini erano i “militari francesi”. Lui, ovviamente, era il comandante in campo, un dispotico, e il Général De Gaulle era il modello perfetto, per tutti: Au pas! Au pas! In riga! In riga! Tutti.

Persino quando, alla fine degli anni cinquanta, la Francia discriminò i vecchi “tiratori africani” versando magrissime pensioni di militari o di mutilati e mandando loro ogni tanto vecchi anfibi, pesanti coperte di lana, divise kaki, residuati bellici, Diop Gorghi, pur estremamente deluso, continuò ad amarla, per fedeltà al suo “Sénéral” De Gaulle.

Però, quando finalmente l’Africa entrò in ebollizione e chiese la fine della colonizzazione, Gorghi fu con gli indipendentisti. Era sempre in prima fila a tutte le manifestazioni, anche le più violente, e non si tirò mai indietro.Appena ottenuta l’Indipendenza, Gorghi ne fu subito disgustato. Anche se aveva solo trentotto anni e poteva dare molto, venne isolato e dimenticato perché non era andato a scuola e l’Africa indipendente doveva appartenere esclusivamente a quelli che parlavano correttamente francese, inglese, portoghese, spagnolo… la lingua dei nuovi re. Gorghi assisteva alla trasformazione dei capi indipendentisti, tranne rare eccezioni, in lupi arrivisti, belve assetate di potere e di danaro, che facevano a gara per importare filosofie politiche sterili, lontane dalle proprie realtà. C’erano i politici africani liberali filo-francesi, filo-inglesi o filo-americani, rivali tra loro prima di tutto e poi nemici accaniti dei politici leninisti filo-sovietici, che odiavano i maoisti filo-cinesi, che sparavano contro gli stalinisti pro-albanesi, che facevano la guerra ai liberal-marxisti pro-cecoslovacchi, che esecravano a morte i politici africani filo-africani. Chi non si interessava di politica, cioè la maggioranza assoluta, doveva fingere di comportarsi culturalmente come a Parigi, e domani pensare come a Praga, doveva esaltare dopodomani il paradiso albanese, per qualche tempo vestirsi o cantare come i figli di Mao, considerare l’America amica oggi e svegliarsi il mattino dopo con la madre Russia come nuova alleata.

Anche chi realmente si interessava di politica era costretto, ovunque in Africa, se non voleva morire o finire in carcere, ad assimilare l’ideologia in voga o a scappare nel paese più vicino al proprio modo di pensare, con la speranza che, almeno lì, ci mettessero più tempo a cambiare.

Gorghi si stava trasformando in un paladino della giustizia per la gente taglieggiata dai burocrati corrotti. Era protetto dal suo passato carismatico di fuciliere francese vincitore sui tedeschi. Considerato matto, nessuno osava denunciarlo o arrestarlo anche se esagerava, come accadeva spesso. Stava diventando un mito per la gente povera e sapeva di potersi permettere disprezzo e orgoglio. Si esprimeva con il suo francese da caserma misto a un po’ di tedesco da trincea, e usava i sostantivi, le preposizioni, i verbi come capitava:

“Governo, me ne frego, io è ancien-combattant de France. Io vinto guerra contro tedeschi e Hitler. Jawol, se governo non fare tento (attento), sparo loro tutti… Raus, sei beccato burocrate carogna, figlio di tua padre. Te volere morire subito, così tuo madre piangi te tutto suo vivere”.

Gorghi si recava spesso in un faubourg 1 dove viveva un suo compagno d’armi. All’incrocio tra due strade c’era un garage, capolinea dei cars-rapide, i pulmini variopinti e sgangherati che trasportano persone e cose, guidati da autisti indisciplinati, che non rispettano né il cliente né il codice della strada, con la complicità impotente dei poliziotti. C’erano anche gli autobus comunali, sempre stracarichi. E poi numerose renault 4, che fungevano da scassati taxi clando2 senza freni, con portiere che chiudevano male e autisti spesso molto giovani, a volte senza patente, sudici, sempre alticci o imbottiti di anfetamine. E poi delle carrette tirate da un cavallo, chiamate orgogliosamente voiture 3, sopra le quali passeggeri, merci, galline, pecore stavano stipati per sfruttare tutto lo spazio.

Le due strade del garage sembravano non esistere più, in certi tratti sparivano seppellite sotto strati di sabbia. In altri erano sconnesse, distrutte dalle intemperie e dall’incuria. Così rapides, clando, voiture, auto private passavano tra la folla per evitare sabbia e buche, mentre gli autisti raccomandavano ai clienti di aggrapparsi ai sostegni, inesistenti.

Gli autisti usavano il clacson per salutarsi, compiacersi, chiedere qualcosa al collega, litigare, insultare un pedone distratto, protestare col poliziotto solerte, fare i galanti con tutte le belle ragazze che attraversano la strada, e di belle ragazze ce n’erano tante. Lo usavano anche così, senza motivo. Pimp, poonp, Pump, pump! En avant, en arrière! Piiiinp, piiiinp, avance espèce de con! Dégage de là, devo passare, ho io la precedenza! Peeep, pe pe peeep, guardate che bella figliola, fermi tutti, lasciatela passare. Vieni a far un giro con me, principessa! Faccio scendere tutti i clienti e poi s’arrangiano. Hai il wang più perfetto di questa patria!

Era un’esplosione assordante e continua. L’aria era una densa miscela di polvere grassa surriscaldata, sabbia, scarichi di benzina, gasolio bruciato, acqua stagnante, sudore, sterco di cavallo.

Il garage, attorniato da due ultramoderni distributori di benzina, da una banca, da quattro moschee che si contendevano i fedeli, da tanti negozi, brulicava di venditori, uomini e donne con i bambini scalzi e seminudi avvinghiati al collo o che giocavano lì vicino. Erano seduti sul ciglio della strada, accanto alla loro merce, che tentavano di proteggere dalla polvere e dalle mosche: pasticcini, gelati, frutta, arachidi tostate, caramelle, erano appoggiati sopra bassi e traballanti sostegni di legno, ricavati da cassette per la frutta. C’erano chi vendeva prodotti vient de France 4: preservativi, mutande, profumi, creme di bellezza, occhiali di origine spagnola, orologi e cioccolato svizzeri, tutti i tipi di accessori per la casa made in Europa, cassette di musica locale e internazionale. Erano centinaia di giovani e vecchi, uomini e donne, che dal mattino presto alla notte tardi gironzolavano, correvano, non si fermavano mai. Ciascuno di loro proponeva allo stesso cliente, anche dieci volte, la stessa merce. Era possibile, senza muoversi di un passo, seduto alla fermata del bus o in macchina, cambiare il guardaroba, le scarpe, la cravatta, arredare la casa, rifare tutto il bagno, comprarsi il frigo, il congelatore e riempirlo sul posto di ogni bene, comprare televisione e videoregistratori fabbricati a Hong Kong, cassette di film indiani, statunitensi, europei, africani, acquistare tutti i tipi di giocattoli immaginabili per i propri figli. Dei supermercati ambulanti, insomma. Gruppi di storpi, ciechi, matti, insieme ai venditori, circondavano i rapide e i clando fermi, si appiccicavano ai finestrini, cantavano litanie religiose e chiedevano l’elemosina ai passeggeri. Avevano un loro posto fisso i predicatori musulmani, che assicuravano l’inferno agli indifferenti e il perdono e le porte del paradiso spalancate ai generosi partecipanti alla loro questua. Tutta questa gente si accapigliava, altercava in continuazione per un cliente, per un posteggio. E la presenza di un poliziotto o di un gendarme riusciva a stento a regolare questo caotico viavai.

Nel garage era facile trovarsi addosso all’improvviso un clando, voiture o rapide: gli autisti non facevano nulla per evitare la gente, frenavano all’ultimo momento, imprecando per farla spostare:

“La prossima volta ti metto sotto, fannullone, io non ho tempo da perdere perché ho tante mogli e tanti figli da sfamare, mica come te”. Molti furono investiti gravemente. Gorghi, come tutti, si lamentava di questo comportamento criminale.

Un giorno Gorghi era al garage con il suo compagno d’armi, vestito come lui, giacca, cravatta, medagliere, feltro grigio, pistola e coltello. Erano intenti a contendersi, nel loro francese da caserma, il primato della vecchiaia. Ognuno dei due voleva essere più vecchio dell’altro.

Baravano sulla data di nascita, moltiplicavo la loro età a piacere. Parlavano naturalmente del loro Générale De Gaulle, quando spuntarono due voiture che facevano a gara per vedere chi avesse il cavallo più veloce. I due amici ebbero appena il tempo di scansarsi. Una delle voiture li sfiorò. Il carrettiere, arrabbiato per la frazione di secondo persa, imprecò: “Spostatevi ubriaconi, pazzi, bastardi, vagabondi, perditempo… “.Di scatto Gorghi lo rincorse. Con il bastone lo afferrò per il vestito facendolo quasi cadere e col suo francese da caserma lo insultò: “Achtung, moi te prendre e tu finir, ya, ya. Moi, c’est ancien fuciliere de France. Ascolt bien moi, attention-toi, je te gonfler la face”. Il carrettiere tirò così bruscamente le briglie che il suo cavallo, benché rassegnato alla quotidiana violenza del proprietario, emise un forte nitrito, sollevò una zampa anteriore, sobbalzò su quelle posteriori bloccandosi, dopo avere fatto un semicerchio. L’uomo, sbalzato, finì nella sabbia e nella polvere facendo ‘cadere dal ridere’ tutto il garage.

Il birocciaio si alzò infuriato e, facendo schioccare la frusta che usava per il cavallo, si diresse velocemente verso i due ex-soldati. Una donna bassa, grassoccia, sudata, sciatta, scesa anche lei in malomodo dalla voiture si mise ad aizzare gli altri carrettieri che aspettavano di imbarcare eventuali clienti: “Che state aspettando?”, gridò loro, atterrita: “Due pazzi stanno massacrando un vostro povero collega e voi restate immobili? Perché non intervenite?”.

“Dove, dove?”, chiesero i birocciai avvicinandosi di corsa e impugnando ognuno una frusta, facendole sibilare al vento: “Diamo una lezione a quei due matti”.

Allora Gorghi, d’istinto, sguainò la pistola che teneva sempre sotto l’ascella e sparò due colpi… Per un attimo tutto si sospese. Il frastuono delle macchine, il vocio della gente, le litanie dei mendicanti ciechi, il richiamo dei venditori, le prediche dei proseliti della piazza. Il garage perse la sua animazione. I birocciai si sparpagliarono buttando via le fruste al grido di “sé té té té té tét, caspita”, e si mischiarono alla folla spaventata che nella fuga aveva abbandonato sciarpe, scarpe, sandali, foulard, cappelli. Le macchine si allontanarono in tutte le direzioni. Rimasero sulla piazza silenziosa e tappezzata di ogni genere di merci e cose, i due ex-soldati che avevano sparato in aria, con la pistola in pugno, qualche bimbo piagnucolante che la mamma non era riuscita a riacciuffare in tempo, il carretto e il cavallo magro, con il corpo coperto di piaghe purulente, sudato e fili di bava che gli colavano dal muso, una densa polvere, un ragazzo scalzo, sporco, quasi nudo, completamente folle, che ridacchiava.

Poco dopo ricomparve la gente, nascosta dietro a un giovane poliziotto e a un giovanissimo gendarme.

“Sé, té, tét! Allah u akbar5, hanno ammazzato un uomo!. Ci hanno… ci hanno sparato addosso, dei matti! Li dovete arrestare, arrestateli sono pericolosi! E’ morto qualcuno, sicuramente…”. “A chi hanno sparato?”. I due pubblici ufficiali squadrarono i due ancien-combattant, intuirono subito di che razza di duri si trattasse e fecero domande di circostanza. “Padri, avete il porto d’armi? Non potete sparare in pubblico. E’ vietato…”.

“Vietato cosa? Porto d’armi?”, chiese tranquillamente Gorghi nella lingua locale. “Abbiamo le nostre medaglie. Se non vi bastano, bambini, sono affari vostri e dei vostri superiori!”.

“Noi sparavamo senza autorizzazione prima che nascessero le vostre madri”, rincarò l’amico di Gorghi. “Allora sono matti”, disse un uomo nella folla. “Matti saranno sicuramente i vostri padri vigliacchi, che conosciamo, perché sono scappati come delle donne quando è scoppiata la guerra e le Sénéral De Gaulle aveva bisogno di noi al fronte. Vi ricordo che noi due abbiamo risposto ‘pronti’. Achtung, Deutche wissen gut chi essere ancien-fuciliere africano”. “Eh! no, non sono matti, questi due sono ancien-combattant loro, si vede, dunque hanno ragione…” disse qualcuno. “Questi autisti e birocciai ogni giorno investono la gente e voi poliziotti e gendarmi ve ne state a guardare. Bravi, ancien, lunga vita!”.

“ça-va comme ça, basta, basta”, interruppero i poliziotti: “Disperssez-vous gente, non è successo niente e voi, ancien, per favore mettete via queste armi, non sono giocattoli. Vi accompagniamo in macchina a casa vostra”.

Ma Gorghi e l’amico non vennero accompagnati a casa ma a un posto di polizia di periferia, dove una radio diffondeva ad alto volume una allegra musica.

” Un controllo di routine”, si sentirono dire da un poliziotto che parlava con la erre moscia. “Consegnate pistole e coltelli, perché non avete il porto d’armi”.

“Noi non consegniamo un bel niente, bambino”, rispose Gorghi.

“Spiacenti ancien, ve le dobbiamo sequestrare. E se avete qualcosa da obbiettare, aspettate l’ufficiale di turno. Per il momento è assente. Rientrerà prima o poi”.

“Non ci separeremo dalle nostre armi per niente al mondo e se non si presenta subito il vostro ufficiale, ce ne andiamo”, rispose l’amico di Gorghi, molto offeso di essere stato preso in giro. “E’ così che ci accompagnate a casa nostra in macchina? Bugiardi!”.

“Anciens, attenti al linguaggio. Vi dovete attenere come tutti i cittadini al regolamento, che non permette ai civili di presentarsi armati in un commissariato”, disse con fermezza un poliziotto.

“Saremmo noi i civili? Noi ancien-fucilieri di Francia?”, si indignò Gorghi alzando la voce e battendosi il petto, con tanto orgoglio, mostrando il medagliere. “Un ancien-combattant è e rimane un soldato per tutta la vita, se non lo sapete. Bambini, volete giocare ai poliziotti con noi che facevamo i soldati veri quando le vostre madri non erano ancora nate? Noi non prendiamo ordini né da voi né dal vostro ufficiale fantasma e neanche dal Presidente della Repubblica. Abbiamo perso troppo tempo. A non rivederci! “, disse Gorghi alzandosi.

“Non potete andare, dovete aspettare il commissario”.”Mettete il commissariato nel sedere del vostro commissario”, rispose Gorghi.”Aggravate la vostra situazione. Siete in arresto, ancien”.”Ah! Siamo in arresto? Perché non l’avete detto prima? Tu menti. Lo ripeto forte, così da farlo sentire fino in strada”, urlò Gorghi uscendo dalla stanza con l’amico.”Fermate quei due pazzi, disarmateli e rinchiudeteli in cella”.

Ci fu una colluttazione, breve e confusa tra i due vecchi soldati e i giovani poliziotti. Partì un colpo di pistola. Sordo. Cieco. Tutti rimasero immobili, paralizzati, in silenzio. La musica della radio continuava più allegra che mai. Lentamente, il vecchio amico di Gorghi si accasciò per terra, le mani strette sul petto e dal medagliere, bucato da un proiettile, colava un rivolo di sangue. Il vecchio soldato morì all’istante, gli occhi spalancati sul mondo. Gorghi, fuori di sé, strappò la sua pistola a un poliziotto che gliela aveva già presa. Colpì all’impazzata, fino a svuotare il caricatore, prese quella che il vecchio amico morto stringeva nelle sue mani ancora calde e continuò a sparare, a sparare, a sparare, fino alla strada. La radio, colpita, era esplosa e si era sfracellata. I poliziotti scapparono e si misero al ripararo per salvarsi la pelle. Due, tra cui quello con la erre moscia, rimasero per terra, in un mare di sangue. Sudato, la giacca stropicciata, Gorghi era salito su una macchina nera della polizia e aveva guidato a tutta velocità, attraverso la folla di curiosi che si era radunata.

Arrivato a casa, con calma aveva infilato la sua divisa cachi, la sua redingote nera, i suoi vecchi anfibi e il suo elmetto, preso tutte le sue medaglie e la sua coperta di lana pesante, la sua bandiera francese, imbracciato il suo vecchio M.A.S 366. I residuati della sua guerra vincente contro i tedeschi. In tasca aveva messo la foto del suo “Sénéral” De Gaulle.

Salutò. Non rispose alle domande insistenti di sua moglie Ramata che, pur abituata a tutte le sue stravaganze, era più che inquieta. Partì sgommando. Per qualche tempo Gorghi, con la macchina nera della polizia a sirene spiegate, la bandiera della Francia al vento, aveva trasformato la città di Dakar in un mini-campo di battaglia. Danneggiava come poteva con bombe artigianali da lui costruite, quelli che considerava i santuari del governo: commissariati, uffici pubblici, macchine di rappresentanza. I suoi “colpi di mano” erano apprezzati dalla gente.

Un giorno venne catturato. I poliziotti lo trascinarono a casa con catene che legavano i suoi polsi ai ceppi e che mortificavano le sue caviglie.

Indossava la divisa dei criminali pericolosi ed era senza le sue medaglie.

I poliziotti, con la scusa di cercare il suo arsenale, misero a soqquadro la casa, ruppero i poveri mobili della moglie Penda che, tentando di protestare, fu spintonata e minacciata di essere arrestata. Mentre lo riportavano in carcere ripeteva: “Vive le Sénéral De Gaulle! Vive la France!”.

Ramata non avrebbe mai più rivisto suo marito.

Gorghi, qualche giorno dopo, era evaso clamorosamente e aveva ripreso la sua ‘guerra’.

La gente raccontava che si era rifugiato nelle deserte Isole degli Spiriti, di fronte alla città. Per la verità nessuno sapeva dove si trovava la sua tana, nemmeno i suoi cari.

Quando il governo minacciò di rappresaglia la sua famiglia, perché la riteneva complice, uscirono allo scoperto tutti i gloriosi ancien-combattant.

Coperti di medaglie, bardati e armati fino ai denti, loro, che condannavano la rivolta donchisciottesca del loro compagno d’armi, giurarono di mettere il paese a ferro e fuoco se un solo capello di un qualsiasi membro o anche parente vicino o lontano della famiglia del soldato della Francia, Gorghi, fosse stato toccato.

Dovette scendere in campo l’ambasciatore di Francia e, in nome del Général De Gaulle ormai scomparso, ricordare agli ex-soldati il sodalizio di sangue che li legava per sempre al suo paese. A fatica riuscì a convincerli a rinunciare alle ostilità contro il governo, per il bene di tutti. L’ambasciatore si offrì, pubblicamente, come garante dell’incolumità della famiglia del valoroso fuciliere Diob Gorghi.

Per mesi Gorghi aveva tenuto in scacco ed esasperato la polizia. Sempre con la macchina nera, la sirena accesa, la bandiera della Francia al vento, sorprendeva e colpiva regolarmente i suoi bersagli prescelti. Non c’erano mai né testimoni, ma la gente raccontava, raccontava con cognizione le sue prodezze. E così a Gorghi vennero addebitate tutte le disgrazie che subiva il governo. Erano addirittura merito suo la buona stagione delle piogge dopo tanti anni di siccità e la raccolta abbondante nelle campagne.

Sui muri della città qualcuno aveva scarabocchiato: “Gorghi per sempre! Salvaci da questo governo di ladri e di incapaci! Gorghi for President. Viva Diob”.

La gente giurava che una notte senza luna, soldati francesi armati fino ai denti, favoriti dal mare piatto, si erano avvicinati coi gommoni così silenziosamente alle Isole degli Spiriti che le migliaia di cormorani e di altri uccelli che abitavano il luogo non furono disturbati. Quando Gorghi, stremato, li aveva visti sbarcare furtivamente, aveva deciso di arrendersi. Per niente al mondo avrebbe sparato contro giovani soldati della sua Francia.

Con passo molto deciso, avvolto dalla testa ai piedi nel tricolore francese stropicciato, ritto come un palo, si era diretto verso la truppa, cantando a squarciagola:

“Allons enfants de la patrie… “.

Venne accolto da una potente raffica di mitragliatrice che violò la tranquillità notturna dell’isola. Gli uccelli, spaventati, si alzarono in volo e sparirono nella notte. Le pallottole avevano trafitto il vessillo, attraversato la redingote, perforato la foto del suo Général De Gaulle che teneva nella tasca vicino al cuore e colpito Gorghi, ma senza riuscire a cancellare la fierezza che il suo petto conteneva. Impietrito, non sentendo il dolore, era rimasto in piedi.

Qualche secondo dopo era seguita un’altra impietosa raffica e, questa volta, Gorghi aveva sentito le viscere bruciare, gli occhi uscire dalle cavità, il sangue fluire dalla bocca, dalle orecchie, dal naso, da tutto il corpo trasformato in colabrodo. Era ancora in piedi, sudato, rigido come una statua di marmo, la bandiera tricolore francese incendiata lo aveva trasformato in una torcia umana. Gorghi avanzava come un fantasma verso gli scogli a strapiombo, lasciando al suo passaggio una scia di sangue e brandelli del suo vessillo in fiamme.

Era sparito nei flutti dell’oceano.

Qualche giorno dopo, dei pescatori avevano ritrovato delle medaglie inalterate e luccicanti, che galleggiavano al largo delle Isole degli Spiriti: Médaille d’Engagé Volontaire 1939-1945. Trois fois blessé en 1940, 1942 1944. Mutilé de guerre. Croix de Guerre avec palme (1939). Médaille Combattive 1939-1945 (République Française). Méd… du Corps expéditionnaire Français d’Italie (39-45) …de Libération République Française… Coloniale Afrique du Nord avec 3 Barettes argent …de Mérite de la République Fédérale d’Allemagne … de Bronze du Mans (Dépt de la Sarthe) …Commémorative Rhin et Danube …1er Armée Française…

1 faubourg: in periferia

2 clando: abusivi

3 voiture: vettura

4 vient de France: proveniente dalla Francia

5 Allah u akbar: Allah è grande

6 M.A.S 36: Manufattura delle Armi di Saint Etienne