Oppressione e fuga: cenni di ribellione femminile nei versi di Nina Iskrenko

«Но Нина ушла и праздника не стала»[1], afferma Evgenij Bunimovič, letterato e amico di Nina Iskrenko, in un articolo scritto in memoria dell’autrice subito la sua scomparsa prematura. A partire dagli anni ’90, infatti, grazie al dinamismo che la contraddistinse nei versi, così come nelle azioni letterarie che era solita organizzare, la poetessa fu riconosciuta dagli altri membri del Klub Poezija come il vero e proprio leader spirituale del gruppo. Al punto che, dopo la sua morte, anche il Klub cessò di esistere. La vitalità dell’autrice si manifesta in particolare in una spinta energica verso la sperimentazione, che tocca ogni livello della sua opera. All’interno dei testi, infatti, la Iskrenko ricrea una dimensione frammentaria e anarchica, fondata sull’armonia di elementi eterogenei e opposti tra loro. L’ironia, in questo universo caotico e irrazionale, prende il posto del giudizio morale, e risulta fondamentale al fine di ribaltare il sistema di valori di stampo sovietico che la poetessa mette in scena.
L’opposizione più aspra all’ideologia del regime si realizza senza dubbio nella denuncia del ruolo imposto alla donna dagli stereotipi legati al ‘supermaschilismo’, di cui il rapporto sessuale risulta la sintesi perfetta. Nina Iskrenko dedica molti versi alla rappresentazione dell’atto carnale, percepito come mera espressione della volontà di predominio, sterile e fine a se stessa, della figura maschile. D’altra parte, la poetessa crea un rapporto di profondo dialogo con le proprie eroine, le quali presentano una forza inaspettata che scaturisce dalla complessità interiore di cui sono dotate. La donna, nell’atto di sottomissione all’amante, è infatti consapevole di inserirsi in un cliché imposto dalle dinamiche sociali, ma mostra una ricchezza morale che va ben oltre la ‘performance’ di genere, in grado di stupire e commuovere il lettore. Nina Iskrenko, dunque, è certamente un’autrice femminista, ma non in modo radicale ed eclatante. Le sue poesie, infatti, non incitano alla lotta contro lo stato di cose imperante, bensì tendono a costruire gradualmente la libertà di coscienza del lettore, rappresentando quadri di denuncia verso l’oppressione femminile e, solo talvolta, di emancipazione ottenuta tramite atti di estremo coraggio. Molti dei suoi testi presentano scene di soprusi quotidiani e abituali, descritti in tono neutrale per evidenziare il fatto che la società li ritiene normali.
Le quattro poesie che propongo in traduzione, tratte dalla raccolta Ili: stichi i teksty, ritraggono quadri di vita coniugale legati alla violenza maschile, cieca ed ebbra, e alla sottomissione femminile, assidua, tacita e rassegnata. Ciò che le accumuna è, in primo luogo, la presenza di vari elementi simbolici, accostati tra loro al fine di ricreare uno spazio astratto e mentale, un universo governato dalle leggi del nonsense, una dimensione possibile, ma irreale e delirante, in cui la donna sfugge al ruolo di oggetto psicologicamente soggiogato per fondersi con la libertà di tutto ciò che la circonda. Un sogno di emancipazione che resta tale finché la fuga, rappresentata nel testo omonimo (Fuga), non diventa reale. Solo a quel punto, si infrangono le sbarre della cella immateriale in cui la donna è costretta, annientando tutto d’un colpo le fragili fondamenta che sostengono l’ideologia vuota e inconsistente della supremazia maschile, impregnata del gusto amaro di un’atavica legittimazione.
Così, nella poesia L’uomo è ubriaco l’autrice descrive una scena di violenza domestica caratterizzata dalla furia animalesca del personaggio maschile, in preda al delirio dell’ebbrezza alcolica. L’eroina del componimento, nel tentativo di fuggire altrove con la mente, appare completamente estraniata rispetto alla situazione in cui si trova. Allo stesso tempo, mantiene un atteggiamento esteriore neutrale, come se fosse abituata a subire questo tipo di sopraffazione, e solamente dentro di sé, in silenzio, supplica il marito di lasciarla in pace. L’autrice utilizza una tecnica narrativa molto suggestiva, in quanto nelle quattro strofe iniziali presenta i due personaggi in parallelo, riservando la prima e la terza alla descrizione dell’uomo e la seconda e la quarta a quella della donna. La Iskrenko si serve, inoltre, di un espediente visivo interessante per evidenziare la distanza tra gli amanti, in quanto le strofe dedicate all’eroina risultano decentrate nello spazio rispetto a quelle in cui si parla del personaggio maschile. Nella parte centrale, dopo essersi soffermata sui personaggi separatamente, l’autrice descrive l’unione effettiva tra i due, che si realizza nel piacere erotico. La scena di sesso è rappresentata tramite immagini confuse, accompagnate da suoni indistinti. L’eroina del testo prova ribrezzo verso l’idea dell’accoppiamento, in quanto sa che l’unione carnale rappresenta un mezzo di inclusione all’interno delle torbide dinamiche che regolano il mondo mentale maschile. L’atto sessuale è uno stupro nei confronti della donna, non soltanto a livello fisico, ma soprattutto spirituale, poiché implica la rinuncia alla purezza e all’ingenuità che la contraddistinguono. Nello squallore del rapporto, l’eroina prova infatti un orgasmo turpe e sporco, che la pone, suo malgrado, sullo stesso piano dell’uomo che tanto disprezza. E il senso di colpa che segue il piacere la annega in un silenzio fatto di parole mancate, di sentimenti mancati, di spiritualità mancata.
Merita, infine, particolare attenzione il riferimento simbolico al telefono. L’autrice, in primo luogo, intende sottolineare l’impersonalità della donna agli occhi del marito, il quale la considera alla stregua di uno dei tanti oggetti presenti in casa. Inoltre, l’apparecchio telefonico è il simbolo eloquente di un tipo di comunicazione fredda e senz’anima, che separa gli individui invece di avvicinarli, in quanto impone il dialogo con una macchina e non direttamente con un interlocutore umano.
Anche nella poesia Quando un altro uomo Nina Iskrenko descrive lo squallore della vita cui la protagonista è destinata, fatta di servigi domestici e sessuali nei confronti di un compagno che aborre con ogni sua forza. Dopo la mostruosità e il disgusto generati dalla furia dell’atto carnale, tuttavia, compare l’immagine silenziosa e intima di un «altro uomo», seduto su una poltrona e circondato dalla solitudine più totale. Si tratta, con ogni probabilità, di un quadro generato dalla mente della protagonista, la quale pensa alla persona con cui condivide un sentimento d’amore puro e tenero. Nonostante l’unione tra i due avvenga soltanto a livello spirituale, il legame che li unisce risulta molto più profondo rispetto al contatto disgustoso e puramente carnale tra la protagonista e il suo uomo. La Iskrenko, in questo modo, sembra voler relegare il sesso alla sfera materiale e prosaica della società, collegando ogni sua espressione all’aridità della civiltà sovietica. Anche la struttura del testo risulta interessante: suddiviso in sette strofe disposte in modo decentrato nello spazio le une rispetto alle altre, vede l’autrice come narratrice esterna della vicenda, anche se in alcune occasioni emerge direttamente la voce dei personaggi, in una sorta di discorso diretto libero, inusuale in poesia. Per esempio, il verso scritto in maiuscolo, «PARLAMI D’ALTRO», rappresenta il grido interiore della protagonista femminile, che si perde come un’eco nella narrazione.
Nel testo Lei è una persona non un uccello compare un tratto caratteristico dei versi della Iskrenko, ossia la simbologia relativa agli insetti nella rappresentazione dell’incontro sessuale. Dopo aver descritto l’atmosfera quasi onirica della stanza che fa da scenario all’azione, infatti, la poetessa sposta l’attenzione su uno scarafaggio, rappresentato nell’atto di arrampicarsi su una parete. Il quadro tracciato costituisce il correlativo oggettivo dell’amplesso, poiché il movimento dell’insetto simboleggia quello dell’organo genitale maschile, mentre la parete, come il corpo della donna, si lascia percorrere in modo passivo. Il disgusto evocato dalla presenza dello scarafaggio può essere associato, ancora una volta, alla prosaicità del rapporto. La protagonista femminile, infatti, è percepita come puro oggetto di piacere, tanto che all’inizio del testo viene paragonata al denaro volto a pagare le spese futili. È presente, inoltre, un parallelismo tra la donna e la canzone Suliko, per la quale Stalin nutriva una passione sfrenata. Il dittatore, notoriamente associato a un’idea di violenza e brutalità, rappresenta il protagonista maschile della poesia, il quale, con la medesima furia, desidera possedere l’amante. Il titolo del testo, tuttavia, nega la materialità del corpo femminile, che non è un semplice oggetto per l’esercizio del sesso, una sorta di animale primordiale, bensì, anzitutto, una persona.
La forte individualità della donna è rivendicata con forza nella poesia Fuga, in cui, come già accennato, la protagonista giunge definitivamente alla presa di coscienza di sé. Il testo presenta una struttura visiva molto particolare, in quanto è suddiviso in sette parti, ognuna della quali comincia con l’espressione scritta in maiuscolo «PERCHÉ». La ripetizione ossessiva di questo vocabolo rende l’idea dell’oppressione quotidiana cui la donna è soggetta. L’eroina, infatti, si interroga disperatamente sul senso della vita matrimoniale, della lenta morte spirituale che è costretta a patire giorno dopo giorno, e non riesce a trovare risposte in grado di spiegare il proprio martirio. In un crescendo asfissiante di angoscia, la donna trova infine la forza di ribellarsi e fuggire, per poi rinascere.
All’inizio della poesia la scrittrice presenta la staticità della vita domestica attraverso gli occhi della protagonista, la quale osserva gli oggetti semplici della propria casa, divagando con la mente verso orizzonti astratti e lontani. Mentre immagina un’esistenza differente, l’inquietudine si insinua tra le pieghe del suo animo, invadendolo in modo sinuoso e subdolo, come un’eco lontana, un odore penetrante. Nella seconda strofa l’autrice presenta un quadro desolante in cui descrive la vecchiaia di una donna russa, stanca e consapevole di aver sopportato in silenzio per tutta la vita le pretese del marito e dei figli. Al momento della sua morte, tutto ciò che rimane a testimonianza di quello che è stata sono un cuscino, venti rubli per i nipoti, un libro di apicoltura e un dizionario di parole straniere. Anche lei, dunque, ha avuto dei sogni, modesti, ingenui; ha desiderato spaziare oltre il modello di vita che altri le hanno preparato, ma nessuno l’ha mai saputo. È la storia di una donna russa come tante, che passa in silenzio senza nemmeno provare a far sentire la propria voce, sicura del fatto che nessuno sarebbe disposto ad ascoltarla. Nella quarta strofa l’eroina è presentata nella sua veste di madre, mentre cerca di far addormentare il figlio piccolo restando tutta la notte seduta su una sedia stretta, con la schiena che le duole, in silenzio. A questo punto, gli oggetti della casa, che continuano a guardarla immobili e fissi, assumono forme irreali, come se l’angoscia della protagonista prendesse vita e si manifestasse, finalmente, in tutta la sua mostruosità. Anche il semplice gesto di pulire delle verdure diventa un’azione insopportabile, sormontata dall’ombra nera di un’esistenza di oppressione e sacrifici. Completamente esausta per il male subito, l’eroina sceglie, con un atto di grande coraggio, di non sopperire. Per la prima volta, il lettore scopre una certa lucidità nei suoi occhi, data dalla consapevolezza di esistere in quanto persona. Il dialogo finale tra la protagonista e il marito è caratterizzato da una potenza drammatica straordinaria, in quanto la donna si rivolge a lui con un’onestà commovente e tragica. Guardandolo negli occhi, con estrema fermezza, gli confessa di vederlo, di vedere l’individuo ripugnante che è diventato, la mostruosità che egli finge di non possedere. L’uomo, turbato dalla lucidità delle sue parole, per la prima volta tratta la compagna come un essere umano. Attraverso questa conversazione, la scrittrice mostra la grettezza del protagonista, il quale, nonostante la consapevolezza amara della propria meschinità, non fa nulla per cambiare. L’eroina, al contrario, trova la forza di fuggire, scavalcando il peso dei pregiudizi sociali. Il marito, quasi sussurrando, la prega di fermarsi, ma il passaggio di un autobus segna l’inizio di una nuova libertà acquisita dalla protagonista, ormai sorda a qualsiasi supplica di voltarsi indietro.


[1] «Ma Nina se ne andò e la festa ebbe fine»; BUNIMOVIČ, Evgenij, Vstupitel’noe slovo, Nina Iskrenko. Ja prosto budu rjadom [“Nina Iskrenko. Io vi sarò semplicemente accanto”], in ISKRENKO, Nina J., O glavnom, p. 10.