preludio d’autunno

L’ultimo lavoro di Artur Spnjolli è l’ultimo romanzo di una trilogia che aveva iniziato parecchi anni fa con  Cronache di una vita in silenzio  e  continuato con La Teqja.
La relazione tre romanzi avviene attorno alla centralità di un episodio che fa muovere tutti i personaggi. Nel primo romanzo era il ricordo di un morto che avveniva in una sorte di celebrazione ricorrenziale in un dato luogo. Nel secondo era il tempietto e il diario ritrovato di una sorta di santo, nel terzo è la riconciliazione di due famiglie e lo spazio casa in cui questo evento avviene.
Questi elementi fanno immediatamente evidenziare la modalità di organizzare la narrazione da parte del nostro scrittore di origine albanese: egli parte sempre da un luogo preciso e da un evento che avviene in questo luogo.
Fatto determinante è quindi lo spazio.  In questi romanzi però la caratteristica di analisi dello spazio così come facevano i formalisti russi nell’angolatura fra spazi aperti e spazi chiusi è superata. In questi casi lo spazio è la centralità della narrazione. Da questo punto di vista tutti e tre i romanzi hanno una struttura similare che io classificherei in struttura circolare ove il centro è dato dallo spazio e i raggi sono le vicende dei vari personaggi che a quello spazio centrale si riferiscono. La circonferenza può essere più o meno ampia o possono aversi più circonferenze a secondo della dimensione temporale che le vicende narrative assumono. In tal a seconda della grandezza del raggio si avrà una storia a forma di saga familiare oppure a dimensione plurigenerazionale senza però assumere la struttura di saga.
In tutti i romanzi, ma specialmente in questo è  forte la presenza di una tradizione patriarcale ove il pater familias  è un gestore della struttura familiare che generalmente e monocellulare nel senso che anche se i figli sono sempre numerosi, tuttavia nel gruppo abitanti di una struttura abitativa vi sono padre, madre e figli. Difficilmente questa struttura è allargata, perché le figlie solitamente entrano a far parte del clan dello sposo e i figli si rendono indipendenti collocandosi in altra residenza. Si avverte il disequilibrio sociale incipiente perché di solito i figli maschi, ma non solo, trasmigrano nelle grandi città abbandonando il lavoro dei campi dei padri. Il conflitto campagna-città  non c’è ancora ma se ne avvertono le avvisaglie. Siamo quindi in presenza di un rivolgimento di valori e di mutazioni delle tradizioni. E’ anche evidente il tentativo di modernizzazione portato dal regime comunista che se sul piano economico segna un totale fallimento cerca sul piano delle usanze di apportare dei cambiamenti significativi. E’ proprio per un finto intervento del controllo comunista che una lotta fra famiglie riesce in vece a ricomporsi e a trovare soluzione positiva.
I personaggi in fondo assumono questa ambivalenza comportamentale perché da una parte sono condizionati dalla organizzazione contadina tradizionale della società, dall’altra assumono modi di fare che li avvicinano ad una emancipazione non ancora del tutto definita ma certamente più in evoluzione così che donne lavorano, i ragazzi di sesso diverso hanno possibilità di trovarsi a volte e di avere approcci. Il pater familias è più un custode della serenità familiare piuttosto che padrone che impera e comanda. Con i figli grandi spesso parla e non si impone e poi di fronte ai loro errori cerca di porvi rimedio senza  infierire su di loro. La dimensione sessuale è vista anche come un fatto piacevole anche da parte della donna e non è solo una costrizione maschile ai fini della riproduzione generativa.
Anche l’aspetto religioso è visto con leggerezza. Nessuno è fanatico. Si cerca di mantenere la tradizione pur nell’opposizione del regime che cerca di troncare riti ed uso non moderni, ma non sembra che l’osservanza di riti religiosi sia ostacolata in maniera rigidissima.
Anche in questo romanzo di sfuggita vene visto il rapporto della società civile con il razzismo e più in particolare con l’occupazione nazista e il tentativo dei tedeschi di imporre le proprie leggi razziali. La famiglia Cialliku è capace di adottare come proprio componente della famiglia uno zingaro e facilitarne la sua crescita positiva.  Prese le difese di un soldato italiano che dopo l’8 settembre stava sfuggendo ai tedeschi, è capace anche di vedere la perdita di uno dei componenti della famiglia piuttosto che tradire e rivelare il nascondiglio dell’italiano.
Il romanzo da questo punto di vista pur trattando della storia di una famiglia, dei suoi valori, diventa emblema del comportamento di tutta la società albanese di fronte all’invasore e della difesa dei più esposti perché ancora vige la legge religiosa della parola data, della “besa” per cui assunta la responsabilità della difesa si è capaci di mantenerla fino in fondo costi quel che costi.

Il romanzo si legge tutto d’un fiato perché anche se rapsodiche le brevi storie di componenti della famiglia sono sempre avvincenti.