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Morena La Barba, Christian Stohr, Michel Oris, Sandro Cattacin (a cura)
AA.VV LA MIGRATION ITALIENNE DANS LA SUISSE D’APRЀS-GUERRE
 

Julio Monteiro Martins
La grazia di casa mia
 

julio monteiro martins – la grazia di casa mia

raffaele taddeo

Julio Monteiro Martins – La grazia di casa mia
Rediviva Edizioni – 2013
pp. 182, 14 €

Nelle pagine di el-ghibli siamo abituati a trovare quasi costantemente testi, sia in prosa che in poesia, di Julio Monteiro Martins, testimonianza di una generosità ineguagliabile. Solitamente riceviamo da lui racconti e solo raramente poesie, ma evidentemente anche la poesia è uno dei suoi seri impegni creativi ed intellettuali. La grazia di casa mia è una silloge poetica che, come si legge nella postfazione di Alessio Pardi, ha richiesto molto tempo (oltre una decina d’anni) per essere completata.

Alcuni elementi presenti nella suddetta postfazione sono importanti anche e non solo per comprendere l’intento poetico dello scrittore di origine brasiliana. Mi riferisco essenzialmente alla sintonia di pensiero fra quello di Platone e quello di Julio Monteiro Martins. Alessio Pardi trova che alla base della poesia del poeta italo brasiliano ci sia la concezione del mondo delle idee platonico, idee che sono perfette e che la poesia attraverso le parole le riscopre nella realtà e le fa riaffiorare nella sua verità.

Io preferisco soffermarmi su altri aspetti della organizzazione della poesia di Julio Monteiro Martins. Uno degli elementi che immediatamente affiorano è la struttura di una poesia che sembra piuttosto una proesia perché generalmente ci si trova di fronte a frasi, non diverse da quello di una prosa, che appaiono solo spezzettate così da formare dei versi. Lo scarto fra linguaggio della prosa e quello della poesia è quasi annullato. Le figure poetiche, le metafore, sono quasi del tutto assenti. Ciò che fa poesia è il senso ultimo di tutta una composizione. Già questo elemento sta ad indicare una caratteristica fondamentale del fare poesia di Julio. Egli predilige un linguaggio semplice colloquiale eliminando ricercatezze terminologiche che selezionerebbero immediatamente il pubblico dei lettori. Ma questo dato avvicina moltissimo la modalità della organizzazione della poesia a quella della struttura della prosa dello scrittore di origine brasiliana. Egli infatti è noto anche per aver introdotto coerentemente in Italia la struttura del racconto breve in cui spesso personaggi non sono solo uomini o donne (bambini e bambine), ma anche oggetti, situazioni, arredamento. Il personaggio è dato dalla situazione che la scansione spazio-temporale assegna a qualcosa, a qualcuno. Sia il prof. Gnisci che il sottoscritto avevano individuato nella scrittura di Julio Monteiro Martins una sorta di fotogrammi, così che le raccolte di narrazioni diventavano mostre fotografiche. La ridotta presenza di funzioni cardinali, come direbbe Ronald Barthes, fanno sì che ogni testo narrativo possa dirsi un testo di poesia, cioè la composizione narrativa diviene in sé una composizione di poesia. Qualcosa di analogo avviene nelle composizioni di poesie perché, proprio questa struttura di proesia sembra di potersi trasformare da un momento all’altro in una composizione narrativa e non poche poesie hanno proprio un andamento narrativo, così che in Julio Monteiro Martins la narrazione si trasforma spesso in poesia e la poesia assume il contorno di una narrazione.

La silloge La grazia di casa mia propone diversi temi che è opportuno analizzare perché importanti e significativi. La prima tematica che si propone subito con due poesie iniziali riguarda la poesia e la sua funzione nella società attuale, ma anche il suo raggio d’azione. E’ appunto con una narrazione versificata che ci si vuole dire che cosa avviene nell’oggi con la poesia, che seppur si prepari come una donna elegante, tuttavia l’accidente della pioggia, delle pozzanghere, non le permette di arrivare all’appuntamento con una apparenza decente, ma trasandata. “E ti presenti così?/ – Sono riuscita ad arrivare,/ ma in queste condizioni..”…”Allo specchio,/ mi ricordo,/ mi sembravo proprio ammodo… -/ bisbigliò tra sé/ la poesia disfatta,/ mentre allungava la mano/ per raccogliere il piattino/ con gli avanzi di torta.” Chi accoglie la poesia e le offre un piatto d’avanzi è un vecchio. Sembra che ci sia, pur senza volerlo, una visione pessimistica della presenza della poesia nella situazione odierna che non fa altro che abbruttirla, non riconoscerla, e specialmente appena tollerarla e accettarla ma da un anziano. La poesia sarebbe quindi lontana dai giovani, non si legherebbe alla dinamica giovanile presa com’è da frenesia e disattenzione totale. Il secondo testo riguarda ancora la poesia che è presente in ogni cosa e non ha temi o situazioni privilegiate. In qualche modo riprende la polemica contro gli stili di ascendenza classico-latina per cui la poesia potrebbe esserci solo in temi elevati. “Che c’entra il frigorifero/ con il monte delle nebbie?/ E dov’è la poesia,/ caro mio?/ Eh be’,/ tutto c’entra con tutto,/ e la poesia è ovunque,/ caro mio.”…”Sì, perché il fatto/ è che tutto c’entra./ C’entra la luna/ con le onde del mare/ – così dicono./ C’entra il culo/ con i pantaloni./ C’entra il miele/con il grasso/ e il percorso/ con i calli.” La poesia allora è nel quotidiano, nella vita di tutti i giorni, non ha nulla di superiore ai fatti che accadono ogni giorno e alle stesse necessità biologiche. “Anche Eliot si imbattè / in questo dubbio/ before the taking/ of a toast and tea.[ prima l’assunzione di un brindisi e tè]/ Io invece/ – ho già deciso -/ prendo il tè / con I biscotti al burro.”

Un altro tema significativo riguarda la parola, la sua capacità di reificazione, ma anche la sua versatilità che si protende fino al gioco. Intanto la parola per il poeta è stata una riconquista dal momento che ha dovuto “Lasciare la favela/ e riacquistare la favella”. In questi due versi c’è tutta una storia perché il lasciare la favela ha voluto significare quasi dimenticare la capacità di scrivere perché come dice il salmo 136 non si può cantare lontani da Gerusalemme; cioè è impossibile scrivere lontani dal territorio di nascita, a meno che non si muore un po’ e si rinasce perché si assume un altro territorio, diverso da quello di nascita, come proprio. E la rinascita avviene anche nella sfera di applicazione della parola alla realtà. “Avevo tanta paura/ dei sostantivi astratti/ che mi sentivo al sicuro/ persino fra gli aggettivi”…”Forse ho capito/ che tutti i sostantivi/ sono astratti./ Che parola è parola/ e cosa è cosa,/ e che è molto pericoloso/ scambiare una per l’altra”. Le parole possono anche far giocare nel loro rincorrersi, nel loro avvicinarsi nel significante ed essere distantissime nel significato. “Pupazzo,/ pompetta, pompelmo/ tafferuglio, baruffa,/ buchetta, bucaniere,/carboniere, carabiniere/ (sono fortissime/ queste parole straniere)”. E qui ci troviamo di fronte ad un concetto dal molteplice significato perché se “parole straniere” è riferito solo a “carabiniere” ciò potrebbe alludere alla sua derivazione dal francese, ma se è riferito all’insieme della parole citate in precedenza allora quell’espressione “parole straniere” assume un altro significato perché rivela ancora il forte legame che vi è fra il poeta e la sua lingua natia perché ogni altra è sentita ancora come straniera. Entra così in contraddizione e conflitto proprio con quanto espresso nella poesia precedente e cioè “Lasciare la favela e riacquistare la favella”.

Poi abbiamo il tema dell’amore espresso dal poeta con brevi racconti in poesia che ne evidenziano la sua incarnazione più che la sua glorificazione o esaltazione. In Accoppiamento il poeta vede l’amore, con tutti i suoi umori, come possibilità di difesa dal mondo: “Hanno capito/ che il mondo fuori/ non resterà fuori/ per molto”…”Ma a quel punto/sudore e saliva,/ sperma e lacrime,/avranno ricoperto/i loro corpi fusi,/saranno scomparsi/in fondo ai loro umori”. Molto più significativa, realistica, è la poesia Melania in cui emerge la fatica di ogni giorno dell’io di vedere la propria amata assorbita da molte faccende nobili, altruistiche, di impegno sociale, ma inconsapevole della guerra che gli scatena quotidianamente “e io non potevo spiegarle/ che la guerra è anche qua dentro,/in questo studio dormitorio,/dove una lesione ingiusta/ un colpo d’amore sottratto,/ a ogni mattina/ apre le porte a tutte le furie,”. L’amore sentito come tensione, inappagamento del desiderio che genera frustrazione ma continua rinascita del desiderio, vera spinta e cardine di ogni duraturo amore. (Si racconta che Petrarca abbia rifiutato di sposarsi per paura che con l’appagamento venisse meno il desiderio e con questo anche l’amore).

In uno scrittore-poeta i cui natali sono altrove non poteva mancare il tema dell’espatrio. E’ già stato annotato qualcosa in precedenza ma Vivere in esilio è un testo che esprime in pieno la posizione e la condizione dello sradicamento in cui si sente condannato il poeta. Intanto usa la parola (in questo caso alla Leopardi) “esilio”, carica di significato perché il poeta, pur avendo lui stesso scelto di abbandonare il Brasile si ritiene un esiliato. L’esilio solitamente avviene quando si è cacciati via da un paese, se vi è stato comunque un ostracismo; quando invece l’allontanamento da un territorio avviene per libera scelta e ci si sente in esilio ciò è dovuto a rotture che si sono avute nei confronti della società da cui ci si è allontanati. Ci si sente in esilio perché qualche danno morale, psicologico, più che materiale si è ricevuto. Ma poi il poeta accentua la sua disappartenenza con quel “vivere” considerato un ossimoro quando è unito con esilio. Fuori dal territorio di nascita, quando “violentemente” se ne è venuto fuori è impossibile vivere. “Vivo l’esilio/ come funebre kermesse,/preparandomi goffamente/per l’arcana,/classica tragedia:/morire in esilio./ Esalare l’ultimo respiro/ in lontananza,/eternamente assente/dalla grazie di casa mia”. Come è possibile vedere quest’ultimo verso da il nome a tutta la silloge. Una prima interpretazione, senza la lettura delle poesie o almeno di quest’ultima, avrebbe indicato in quel titolo qualcosa di più sereno e pacifico, domestico, familiare, bonario. Invece si rivela tremendamente angosciante perché ne esprime in maniera intensa il dramma dell’espatrio e della disappartenenza.

E’ fuorviante rispetto ai limiti di una recensione prendere in esame tutti gli altri temi presenti in questa raccolta, ma mi sembra doveroso analizzare il tema dei bambini, anzi dei bambini mai nati, cantati in due poesie, la prima Bambini e la seconda Ai figli silenziosi. “I bambini/cospirano per nascere”…”L’essere invisibile/ fa casa nel cuore/ dei malaccorti/genitori./Da lì esce solo/ per testimoniare,/allegro e pieno di malizia,/l’atto ansimante/della propria creazione”. Questo desiderio di avere vita, di approfittare dei malaccorti genitori, dei preservativi rotti, dell’entrare dentro improvvidamente o meglio inconsapevolmente, quasi che si realizzi una “provvida sventura”, senza responsabilità, assume in Julio Monteiro Martins un religioso inno alla vita, che gli conferisce tutta responsabilità della paternità: “E’ a quelli/- non so nemmeno/quanti siete-/che non hanno visto il mondo/che voglio dare/questo secondo e ultimo addio./ Vorrei avervi visto / dire la prima parola,/fare un passo/ nel mondo dei viventi,/dirmi qualcosa/anche con i vostri sguardi./Ma quegli occhi/non si sono mai aperti”…”Figli miei abbozzati,/accennati, immaginati,/vostro padre vi pensa./E’ molto poco,/lo so./Ma era poca l’aria/ nei miei polmoni/per una così lunga/traversata.”. Sì è qualcosa di religioso, come afferma Alessio Pardi, perché i bambini mai nati, anche solo pensati acquistano senso e vita, acquistano qualcosa di sacro e la stessa unione delle persone si sacralizza perché sacro è il frutto che avviene dal loro amore, dalla loro commistione di umori, sudori, sperma.

La silloge di Julio Monteiro Martins è un testo importante, intenso fatto di una poesia semplice, discorsiva ma profonda ove ciascuno si rispecchia perché trova sempre qualcosa che gli è proprio, che gli appartiene, che lo mette in discussione. In questo sta la grandezza della poesia di questa raccolta perché l’esperienza del poeta diventa l’esperienza di ogni lettore. La poesia di Julio non è lirica che si attorciglia in estetismi inutili e fuorvianti, ma è una musica che fa riflettere proprio perché si presenta semplice, leggibile come una prosa. La poesia coesiste in ogni cosa e perciò, anche nel linguaggio, non si discosta da ogni cosa, da ogni attività anche più umile e insignificante.

gennaio 2014

Morena La Barba, Christian Stohr, Michel Oris, Sandro Cattacin,
AA.VV LA MIGRATION ITALIENNE DANS LA SUISSE D’APRЀS-GUERRE,
ÉDITIONS ANTIPODES, LAUSANNE, 2013, pp 390

 di Silvana Seghetti

 La preziosità de L’émigration italienne dans la Suisse d’après-guerre consiste oltre che nell’argomento, tornato purtroppo di attualità dopo i risultati del referendum sull’immigrazione del febbraio scorso che riporta di fatto la Svizzera al periodo pre-Schwarzenbach, nell’appassionata oggettività del contributo di ciascun autore e nel fatto che per la prima volta si siano analizzati e studiati documenti mai recepiti fino ad ora e fondamentali per la piena comprensione del fenomeno.
La storia degli italiani emigrati in Svizzera nel secondo dopoguerra, che S. Cattacin e M. Oris definiscono nell’introduzione “l’apprendistato della xenofobia”, è fatta di prevaricazioni e di soprusi, di vite sprecate e di dolore come tutte le storie di emigrazione dei tempi moderni, ma con un finale di integrazione che ora si sta in qualche modo ridiscutendo. La conseguenza immediata del referendum è stata fino ad ora di bloccare tutti i contratti di ricerca tra la Svizzera e i paesi esteri, tra parentesi con perdite non solo per i ricercatori ma anche per le organizzazioni economiche elvetiche che contavano sui loro risultati, ma il timore più grande è che ciò dia nuovo vigore alle istanze antirazziste di tutta Europa.
Nelle tre parti in cui si divide il volume, la storia dell’emigrazione italiana in Svizzera è stata analizzata sotto diversi aspetti: economico, politico, sociale e culturale, prendendo in considerazione sia gli immigrati con i loro problemi, sia le istituzioni cantonali che in alcuni casi hanno profuso energie e denaro per cercare di risolvere un “problema”, quello degli immigrati, considerato per molti anni solo un fatto puramente amministrativo.
I lavoratori italiani in Svizzera hanno vissuto per decenni i drammi di tutti gli uomini che decidono di emigrare per cercare una vita migliore, gente né di qua né di là, sradicata dalla propria terra, ma senza una nuova patria, la cui completa integrazione è passata – ed è stata obbligata a farlo per avere successo – oltre che attraverso la lotta per il riconoscimento dei diritti civili e politici, anche attraverso un lungo e a volte inconsapevole processo di individuazione della propria nuova identità culturale.
La prima parte dell’opera esamina gli aspetti economici e socio-politici della vicenda dell’emigrazione italiana in Svizzera, che ha inizio subito dopo la fine del secondo conflitto mondiale quando l’economia elvetica ebbe immediato bisogno di migliaia di lavoratori per poter riavviare la macchina produttiva e, non bastando la forza lavoro interna, si rivolse all’estero e principalmente all’Italia, data la vicinanza geografica e l’eccedenza di manodopera. Per servizi quali ad esempio la ristorazione, la cura degli anziani e dei malati, ecc. non ci furono problemi perché si trattava di lavori scarsamente qualificati e sottopagati, ma per le industrie produttive come il settore delle costruzioni e il tessile emersero subito motivi di forte contrasto nell’ambito economico. Sappiamo che, se da una parte l’aumento di produzione provoca l’incremento della domanda di beni e servizi, quindi il rialzo dei prezzi e la conseguente inflazione, dall’altra parte l’immissione di stranieri sul mercato del lavoro interno provoca la diminuzione dei salari e contrasta l’inflazione creando così un forte squilibrio.  Secondo C. Stohr la soluzione messa in atto dalle autorità svizzere fu la perfetta istituzionalizzazione del modello duale di mercato del lavoro indicato da M. J. Priore, che è quello tuttora prevalente nei paesi di arrivo dei flussi migratori: il capitale e la forza lavoro nazionali sono impiegati per assicurare la percentuale costante dell’attività economica, mentre i lavoratori stranieri vengono utilizzati per assorbire di volta in volta le fluttuazioni del mercato del lavoro e dell’economia del paese. I dispositivi di regolamentazione dei flussi migratori vengono messi in pratica all’interno di un quadro di riferimento del quale fanno parte, oltre a valori socialmente condivisi quali la percezione dell’immagine del lavoratore straniero da parte della collettività autoctona, anche le norme legislative vigenti in quel determinato momento.
Se la politica economica lo richiede, la figura del lavoratore straniero nell’immaginario collettivo può essere costruita o decostruita, forgiata o dissolta a seconda delle necessità del momento. La ricerca di C. Maire, basata su postulati analoghi a quelli degli storici culturalisti e dei teorici della sociologia visuale, ci mette a disposizione, al sito http://ccsa.admin.ch/cgi-bin/gw/chamelon, i poster e le immagini che formano la testimonianza storica di quanto è accaduto in Svizzera durante il periodo della grande immigrazione italiana.
Nei primi anni ’60 si comincia a parlare in Svizzera, a livello federale, di “problema” degli stranieri ed è per venirne a capo una volta per tutte che viene fondata la CFE, Commission Fédérale Consultative pour le problème des Étrangers. Nel suo capitolo M. Hirt sottolinea che si parte già con il piede sbagliato perché si parla di “assimilazione” dei lavoratori stranieri alla idee e ai valori della società svizzera, ignorando o quanto meno sottostimando l’importanza del portato culturale proprio dei migranti. Inoltre la CFE, istituita per trovare un punto d’incontro tra gruppi sociali diversi e con esigenze a volte diametralmente opposte, rifiuta il confronto con sindacali, patronati o associazioni culturali sia cattoliche sia di sinistra (FCLIS, ACLI, CGIL, CISL e altre), che intanto si andavano costituendo su pressante richiesta dei nostri connazionali. Sembra dunque una partita persa in partenza ma, inaspettatamente, a partire dalla metà degli anni ’70, dopo la bocciatura di stretta misura dell’iniziativa Schwarzenbach, la CFE comincia a parlare nei suoi documenti di “integrazione” dei lavoratori italiani e a propugnare la naturalizzazione degli stranieri. Ravvedimento? Conversione sulla via di Damasco? No, semplice necessità di ottenere un calo considerevole nel numero di residenti non svizzeri che in qualche modo, con la loro presenza, destabilizzano la sicurezza nazionale.
A. Maiolino si occupa del dibattito socio-politico nella Svizzera del secondo dopoguerra che si dipana tra “pericolo di sovrappopolazione straniera” e “mediterraneizzazione della Svizzera”. L’autore, basandosi sulle idee di Karl Mannheim, parte dal principio che gli esseri umani non formulano pensieri in quanto individui isolati, ma perché si trovano all’interno di gruppi sociali ben definiti e individuabili. Fu quanto accadde nel 1970 con Schwarzenbach il quale, centrando per l’appunto la discussione sulla nozione di sovrappopolazione, infiammò il dibattito intorno all’incompatibilità culturale tra svizzeri e italiani e diffuse una rappresentazione di paese nazionalista e segregazionista, la Svizzera, che quanto più dibatteva collettivamente questi temi tanto più se ne convinceva individualmente. Maiolino avanza l’ipotesi che questa rappresentazione della “svizzerità”, galvanizzata dalla sovraesposizione mediatica, abbia generato a sua volta, all’interno del CNI (cioè il Comitato Nazionale d’Intesa costituito nel 1970 a Lucerna tra FCLIS, Federazione Colonie Libere Italiane in Svizzera e Acli), una “politica dei marginalizzati” grazie alla quale i “diversi” ottennero per la prima volta visibilità sia politica sia culturale. Ma poiché ogni lotta sociale presuppone la conoscenza del proprio “io” culturale, cioè del proprio sistema di valori e di tradizioni, nonché della percezione della realtà che ci permetterà di attribuire un significato a tutto ciò che ci circonda, l’autore afferma che fu questa presa di coscienza, alla fine, l’elemento fondante dell’integrazione della comunità italiana in Svizzera. Dato, inoltre, che questa “marginalità” diventa centrale anche per la comprensione del proprio io sociale da parte del gruppo maggioritario, è bene che i paesi ricchi dell’occidente prendano atto di ciò che essi sono attualmente, cioè nient’altro che paesi d’immigrazione destinati a cambiare in breve tempo il loro assetto identitario. Infine, con buona pace dei ferventi anti-immigrati elvetici, Maiolino conclude che la mediterraneizzazione della Svizzera risulta oggi del tutto evidente nel campo del cibo e della ristorazione, dei mobili e della moda, al punto che i nuovi immigrati tamil, kosovari, turchi e nord africani imparano l’italiano per poter entrare in contatto con la maggioranza straniera già insediata in Svizzera e accedere in tal modo alla stessa emancipazione sociale ottenuta dai loro predecessori.
Tra le prime amministrazioni svizzere a mostrare interesse per gli immigrati italiani e per i loro problemi pratici ci fu quella della città di Losanna che nel 1971 aprì il BLI, Bureau Lausannois pour l’Intégration des Immigrés, con lo scopo di istituire e dare vita ad una commissione permanente formata da rappresentanti del municipio losannese e delle numerose comunità straniere, italiani in testa. Più tardi, nel 1978, il BLI fu sostituito dall’OCEL (Organisme Consultatif des Étrangers de Lausanne) con lo scopo ben più ambizioso di far giungere la voce degli immigrati negli ambienti politici, sindacali, economici e sociali della comunità e di mettere in campo altresì la questione del diritto di voto agli stranieri immigrati e stabilizzati. G. Fonte ci presenta i risultati della sua ricerca compiuta presso gli archivi cittadini che si dipana tra organizzazioni civili come il CSP (Centre Social Protestant), familiarmente detto Frat, e i patronati sindacali come quello aperto nel 1963 da CISL-INAS, tra i primi in Svizzera, seguito da CGIL-INCA, da ACLI e da CGIL-ECAP nel 1970. Tutte queste associazioni, oltre a combattere per il miglioramento delle condizioni di lavoro degli immigrati (famosa rimane, ad esempio, la lotta della Frat per l’abolizione dei famigerati contratti stagionali), fornivano aiuto nel disbrigo di pratiche burocratiche lavorative o assistenziali ed anche, cosa molto importante, corsi di lingua straniera aperti agli immigrati e alle loro famiglie. La comunità italiana però si era organizzata in associazioni informali già prima dell’apertura del BLI; la più importante fra tutte fu la riformata e rinnovata FCLIS, Federazione delle Colonie Libere italiane in Svizzera, fondata negli anni ’20 del Novecento da un gruppo di rifugiati politici e avversari del fascismo, che aprì a Losanna una delle sue prime sedi.  A partire dal congresso di Lucerna del 1954, la FCLIS si batté per il riconoscimento dei diritti civili degli immigrati, per la loro formazione professionale e per la parità scolastica dei loro figli con corsi di lingua italiana intesi a rafforzare i legami con il paese d’origine. Negli anni ’90 il BLI-OCEL, andò pian piano perdendo efficacia perché era intanto mutato lo scenario sociale dell’immigrazione, altre erano divenute le esigenze dei nostri connazionali residenti a Losanna e altri erano i paesi dai quali provenivano i nuovi immigrati. Nonostante gli sforzi compiuti e i soldi spesi dalle istituzioni di Losanna per integrare i lavoratori stranieri e le loro famiglie, i risultati ottenuti non possono considerarsi pienamente soddisfacenti, forse per mancanza di coesione interna o per scarsa consapevolezza della propria identità culturale da parte del gruppo sociale maggioritario che si sentiva perciò minacciato dalla presenza di quei migranti che avrebbe dovuto accogliere.
Dopo aver esaminato i problemi economici e socio-politici e dopo aver constatato che, di fatto, l’integrazione dei migranti non si ottiene con la sola risoluzione dei loro problemi pratici, gli autori si occupano del discorso identitario che si sviluppa principalmente attraverso la lingua e attraverso l’individuazione del portato culturale proprio del migrante. Per questo la seconda parte della raccolta, dedicata ai problemi identitari, inizia con due saggi di M. La Barba per il primo dei quali, “Les ciné-clubs de la Federazione delle Colonie Libere Italiane” l’autrice sceglie il taglio storico. Le testimonianze da lei raccolte sono tanto più importanti in quanto la maggior parte di coloro che erano impegnati politicamente e nel sociale nei primi anni dell’emigrazione italiana in Svizzera, non sembrano avere oggi il tempo, o forse la volontà, di parlare della loro esperienza: i ricordi sono lontani e molto spesso dolorosi. Fu un manipolo di “visionari pragmatici”, come Zanier, Cannellotto, Beltrametti, Buonapace e Pollitzer e altri, ispirati dal precursore Dante Peri, che, a partire dall’inizio degli anni ’60, volle trasformare le CLI, nate lo ricordiamo ad opera di rifugiati politici del secondo conflitto mondiale per combattere il fascismo e la monarchia, in associazioni che favorissero lo sviluppo sociale e culturale dei lavoratori italiani in Svizzera. L’attività culturale delle CLI, che all’inizio si era concretizzata molto tradizionalmente in conferenze, mostre d’arte, ecc., esplose, letteralmente, a partire dal 1966, nei cineclub il cui principale ispiratore e motore fu Leo Zanier. L’intenzione inizialmente dichiarata era di dare voce alle “aspirazioni” degli immigrati italiani in Svizzera, ma col tempo si trasformerà – ed è questo il momento rivoluzionario, il cambio di passo compiuto sulla via dell’integrazione – nel riconoscimento della necessità che il lavoratore e la sua famiglia possano “partecipare da protagonisti alla vita culturale”. La cultura per il militante-animatore delle CLI non è dunque soltanto un progetto di conoscenza, ma anche di trasformazione e di emancipazione individuale, oltre che collettiva, e la proiezione del film, seguita dalla discussione alla quale, è bene sottolinearlo, partecipano anche le donne, rappresenta uno strumento di cultura privilegiato, perché permette agli spettatori sia di prendere coscienza della realtà nella quale vivono, sia di poter dar voce alle proprie idee e ai propri sentimenti. Secondo l’autrice restano molte le domande in sospeso e molti i punti ancora da indagare, sia riguardo agli effetti di questa esperienza sul vissuto di coloro che vi parteciparono come animatori o come spettatori, sia riguardo all’influenza esercitata dai cineclub sulla trasformazione culturale del mondo dell’emigrazione italiana e della stessa società svizzera.
Il secondo saggio di La Barba è un percorso di ricerca che intende indagare il rapporto tra storia e memoria, basato su una lunga intervista con Alvaro Bizzarri, operaio migrante e cineasta di fama internazionale, che ha rappresentato “l’eccezionale normale” dell’emigrazione italiana in Svizzera. Il risultato del confronto tra i ricordi di Bizzarri e lo studio del suo archivio, ricchissimo di documenti scritti, filmati e registrati su nastro, rivela la complessità polisemica della memoria, i suoi meccanismi di esclusione e di inclusione a tutti i livelli, sia collettivo sia individuale, in Italia o in Svizzera, delle associazioni o dei sindacati ed è proprio questa stratificazione che, secondo l’autrice, andrebbe ulteriormente approfondita. Ma dagli archivi risulta anche che il cinema di Bizzarri, e il cinema in generale, è stato lo strumento che ha aiutato i migranti italiani a comprendere la propria condizione, ad organizzarsi, a descrivere la propria esperienza, a esprimere i propri sentimenti e a dare vita ad una cultura nuova, “terza”, che non affiora direttamente nei ricordi di chi ha contribuito a crearla, ma che tuttavia esiste, una cultura totalmente originale e a volte ancora inconsapevole.
P. Barcella presenta un’altra parte importante dell’identità culturale di ciascuno di noi, cioè la lingua, analizzando il contenuto degli scritti scolastici dei migranti italiani che decisero in quegli anni, approfittando di nuovi accordi italo-svizzeri, di completare o approfondire i loro studi. I testi presi in esame, prevalentemente autobiografici, testimoniano la permanenza di un legame fortissimo con il luogo di origine oltre a dare una rappresentazione dinamica della società in cui si trovano costretti a vivere, delle difficoltà quotidiane incontrate nella loro condizione di immigrati soli, pieni di nostalgia e in una parola “stranieri”.
La terza parte dell’opera presenta i documenti relativi ad alcuni casi di discriminazione sul posto di lavoro. Così M. Pelli si avvale di testimonianze orali per guardare il complesso fenomeno dell’emigrazione dal di dentro, scoprendo tra l’altro, inaspettatamente, una pista molto importante, quella della relazione tra i sessi come terreno di confronto nel contesto migratorio (che è presente anche in altre realtà di emigrazione italiana come per esempio quella australiana), ma soprattutto stabilendo che le vittime della discriminazione, in questo caso i lavoratori italiani della metallurgia, non accettarono mai passivamente questo stato di cose, al contrario di quanto spesso riportato da una storiografia che si dichiara peraltro solidale con la loro causa.
C. Stohr conclude infine riportando brani della corrispondenza intercorsa negli anni ’50 tra i lavoratori e due organizzazioni sindacali di settori con forte presenza straniera, quello dell’orologeria e quello della lavorazione del legno. Combattuti tra protezionismo e paternalismo i sindacati svizzeri, invece di perseguire la finalità che sarebbe loro propria di diventare il punto d’incontro tra le esigenze dei lavoratori autoctoni e le difficoltà dei lavoratori stranieri, si fecero vincere dalla paura del comunismo, che in quegli anni di guerra fredda dominava la scena mondiale, e mancarono totalmente il loro bersaglio.
La lezione de La migration Italienne dans la Suisse d’après-guerre è semplice da definire e dovrebbe essere altrettanto semplice da mettere in pratica: poiché i popoli, come le idee, non si possono fermare e poiché ogni uomo ha il diritto di cercare condizioni di vita migliori, è più facile, e aggiungerei meno costoso, accettare i migranti e favorirne la loro integrazione invece che respingerli.

Parole 2696

 

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