Rime abbracciate

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E’ questa una raccolta di poesie pubblicate insieme ad altre della poetessa Maria Gabriella Romani Kouacou, nata in Italia che vive in Costa d’Avorio da 20 anni. Ci disinteressiamo delle poesie di quest’ultima e invece fissiamo l’attenzione su quelle di Cheikh Tidiane Gaye.
Sono 10 poesie di cui viene data anche la versione francese, ancora per non smentire il fatto che negli ultimi tempi gli scrittori di recente immigrazione non si esprimono solo nella lingua del paese ospitante, in questo caso l’italiano, ma anche nella loro lingua madre. Per un senegalese il francese è come una lingua madre. Sarà poi da approfondire sul perché di questa scelta ormai non solo isolata.
10 poesie, di queste almeno 4 testi riguardano il senso, il valore della poesia, la sua funzione, l’importanza della parola come manifestazione di affetti, di sentimenti, ma anche come veicolo per denunciare violenze, ingiustizie.
Anche in questa silloge i due aspetti più significativi del poetare di Cheikh Tidiane Gaye emergono con prepotenza, da una parte come detto il valore e senso della poesia, dall’altra l’africanità perché di particolare importanza in questo testo è la poesia “patria”, in cui compare un accorato canto per le rovine di un territorio ma ancor più significativo è il fatto che il poeta sente come il suo versificare non può che essere per la sua terra, per la sua patria. La ricerca delle parole gli servono per cantare il territorio di nascita, per glorificare la storia e la memoria delle vicende passate, ma anche le sue disavventure che ormai acquistano tutto il sapore di una visione epica da cui rincominciare il riscatto, che pur tentenna ad arrivare.
“Il grido di speranza” è rivolto alla lotta dei suoi compatrioti che a Rosarno hanno manifestato contro una rinnovata e contemporanea schiavitù, quasi a rinfocolare il ricordo dell’isola di Gorée, ove i neri deportati dall’Africa secoli fa venivano condotti prima dell’attraversamento dell’Atlantico verso il continente americano.
A volte il poeta si fa lirico quando i suoi versi sono intrisi d’amore verso una donna come in Nima – roga e la poesia diventa un puro canto.
Un’ultima considerazione su una tecnica poetica che Cheikh Tidiane Gaye usa con insistenza, in qualche modo assolutamente lontana da gusti poetici autoctoni che invece la adoperano con molta parsimonia. Mi riferisco all’anafora sia in versi successivi che all’interno dello stesso verso. E quando non c’è l’anafora si presenta una rima interna oppure un richiamo fonico pressante. Come esempio prendiamo alcuni versi presenti in La mia poesia: “la mia poesia è una voce ma non urla/un suono che traccia il cammino all’amore/un pennello che pittura il cuore/ della parola./La mia scrittura è creatura/”. Oppure nella poesia La vita: “La vita è una strada/ è una strada che accoglie il sole e la luna/ la vita è blu/ la vita è bianca/la vita è rossa/ la vita ha più di due ali/ vola, vola nei cieli blu/grigi/la vita non ha colore”.
In fine un’ultima caratteristica del poetare di Cheikh Tidiane Gaye. Nelle sue poesie è raro trovare una benché minima narrazione o uno sviluppo concettuale. La sua poesia si costruisce mediante la illuminazione di un tema che viene descritto, intessuto, circondato, imbevuto da una continua ricerca di immagini e metafore. In questa costruzione è possibile scorgere la commistione, il meticciamento delle due culture, anzi tre culture, quella senegalese, francese e italiana, perché le immagini pescano in ciascuna di queste tradizioni culturali presentandole in un unico piatto.